“Lotto Marzo”: Sciopero

Inserita da il Mar 7th, 2017 e archiviata in Redazionali. Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo tramite RSS 2.0.

“Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!” E’ lo slogan che promuove  lo sciopero e l’astensione a una delle tante attività domestiche o di cura che non vengono riconosciute né retribuite. A cento anni dall’otto marzo 1917 “Non una di meno, nessuna da sola” così ha inteso la “festa della donna” 2017. Lo sciopero generale dell’8 marzo vuole essere la risposta delle donne alla “violenza ormai strutturale della società, in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada”. Provatela “una giornata senza di noi” dicono le organizzatrici. Il messaggio è rivolto a chi uccide per “troppo amore”, a chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; a chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà; a chi scrive leggi sui nostri corpi; a chi ci lascia morire di obiezione di coscienza, a chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; a chi offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni. A chi ancora disquisisce sulla parola femminicidio, ma non disdegna linguaggi sessisti e misogini ignorando la sentenza storica di Strasburgo: l’Italia colpevole di non aver evitato l’ennesimo episodio di violenza domestica. La storia, brevemente riassunta, è questa: Elisaveta Talpis, cittadina con doppia nazionalità rumena e moldava che da 2011 viveva con il marito moldavo, la figlia diciannovenne e il figlio tredicenne a Remanzacco, in provincia di Udine, si era rivolta a carabinieri e polizia per denunciare le violenze subìte – lesioni corporali, maltrattamenti e minacce – ma non aveva ottenuto protezione, niente di più della stesura di semplici rapporti di denuncia. Poi, suo figlio muore per mano del marito violento ed  Elisaveta scampa per poco alla stessa fine. I suoi legali ricorrono a Strasburgo per ottenere giustizia e i giudici di Strasburgo le danno oggi ragione. Questo è l’otto marzo 2017. Questo è il motivo per cui Non una di meno sciopera. Lo sciopero è un pretesto per guardare la realtà senza ipocrisie: differenze di genere e discriminazioni esistono e allora insieme a pizza e karaoke mettiamoci pure una parola sul da fare. Vivienna aderisce allo sciopero con l’astensione dalla redazione e pazienza per il direttore che ne soffrirà parecchio.

P.S.

Femminicidio: i perché di una parola

Con femminicidio si intende non solo l’“uccisione di una donna”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse un neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto come “petaloso” cioè, ma meno simpatico. Vanno bene :fratricidiosororicidiomatricidioparricidiouxoricidio, infanticidio, feticidio ma non femminicidio che intriso di evoluzione “ideologica” della voce  è iniziata a partire dagli anni Settanta del ’900 in seno ai movimenti femministi statunitensi, ma il termine era già in uso in inglese fino dall’800, a significare “the killing of a woman”, l’uccisione di una donna, e come tale è registrato nel Law Lexicon di J.JS. Wharthon (1848).
La progressiva evoluzione del significato è avvenuta in fasi successive, per cui, dagli anni ’90, si specifica che “l’uccisore è un uomo e il motivo per cui la donna viene uccisa è il fatto di essere donna”, fino a precisare, all’inizio degli anni Duemila, che l’uccisa e l’uccisore possono essere anche minori, ovvero ragazze o bambine uccise da adolescenti; così, nella formulazione appena citata, si sostituiscono a uomo e donna i termini femmina e maschio. Sempre all’inizio del nostro secolo si estende l’impiego di femicide a tutte le situazioni in cui le donne vivono in uno stato di oppressione e sotto la continua minaccia di essere uccise.
Nello spagnolo americano sono gli anni Settanta del Novecento (stando al corpus di Google libri) a vedere la proposta del termine: è del 1975 Feminicidio: la autodestrucción de la mujer di Enrique Víctor Salerno pubblicato a Buenos Aires. Successivamente feminicidio appare usato in pubblicazioni riconducibili ad ambienti progressisti latino-americani e sembra percorrere passi analoghi a quelli di femicide nella parte settentrionale del continente; non necessariamente però al loro seguito, se nel 1989, nelle Propuestas para una nueva sociedad di Alberto Koschützke e Manuel Agustín Aguirre, edite a Caracas, si sosteneva che “Afirmar que la violación constituye un feminicidio, no es una exageración”. Come negli USA gli anni Novanta sono stati decisivi nella precisazione e diffusione di femicide, soprattutto grazie alla voce della criminologa Diane Russel, così è stato anche per l’affermarsi di feminicidio nel mondo latino-americano in cui emerge l’impegno di un’altra donna, l’antropologa e sociologa messicana Marcela Lagarde.
Allo stesso modo dell’inglese femicide, anche l’italiano femminicidio risale all’Ottocento, ma ha natura di creazione letteraria e non di termine di rilevanza giuridica, come invece aveva il corrispettivo d’Oltre-Manica. Consultando il corpus di Google libri lo troviamo in un commento di Augusto Franchetti alla Giacinta, Commedia in cinque atti di Luigi Capuana (“Nuova Antologia di scienze, lettere ed arti”, III serie, vol. XVIII 1888, pp. 544-551: 547):

Così finisce la commedia, che dovrebbe dirsi dramma, se oramai non fosse più facile bandir la morte dal codice penale che dal teatro comico. Il lieto fine, come criterio di tal maniera d’arte, è cosa da porsi tra le ciarpe vecchie. Augier, Dumas, Ferrari, Meilhac e Halevy…, chi non ha un qualche omicidio (che è per lo più un femminicidio) sulla coscienza, getti lui la prima pietra.

Franchetti parla di un omicidio “letterario” il cui autore è Capuana, ma la protagonista, “Trascurata dalla madre, che menava una vita svagata e mondana, e abbandonata in balìa della servitù, […], ancora adolescente, ebbe a soffrire, senza sua colpa, una violenza brutale”(p. 545), si presta particolarmente all’interpretazione attuale del termine, come ha notato Giuseppe Antonelli nella citata rubrica La lingua batte. Ma a darci un’idea di quale fosse il pensiero dell’epoca basta quel “senza sua colpa” che nel testo di Capuana pare implicare che si possa “soffrire un violenza brutale” avendone anche, almeno in parte, la responsabilità.
Che in ambito letterario europeo esistesse la possibilità di uso a fini umoristici di termini simili sembrerebbe suggerito da quella che appare come la più antica testimonianza della serie, la forma francese femmicide; la troviamo in una battuta di Mezzetin, personaggio simile ad Arlecchino (“Helas, Monsieur, elle est morte, et on m’avoit accusé de l’avoir tuée; et sans l’argent et les amis j’aurois été pendu pour un femmicide”) di uno dei numerosi testi di vari autori pubblicati a Parigi nel 1694 sotto il titolo Le Théâtre Italien ou Le recueil général de toutes les scènes françoises qui ont eté joüées sur le Théâtre-Italien de l’Hostel de Bourgogne a cura di Evaristo Gherardi, attore della Commedia dell’Arte nato a Prato nel 1663, ma operante in Francia.
Tornando in Italia, ritroviamo il termine in una pubblicazione del 1923 in cui la voce assume maggiore pertinenza visto che si tratta della cronaca di un delitto: “Il più truce delitto è l’ottimamente chiamato femminicidio commesso da un certo Pietro di Vicchio Fiorentino (“Vita e pensiero”- Vol. 9, 1923, p. 472). Si tratta però di affioramenti di una possibilità della lingua che solo negli anni Settanta, come già visto per inglese e spagnolo, con l’affermarsi dei movimenti femministi, verrà recuperata forse senza conoscere gli antecedenti italiani, ma avendo presenti quelli del nuovo continente: l’archivio storico della “Stampa” ce ne fornisce un esempio in un articolo di Maria Adele Teodori, di cui riportiamo un passo piuttosto ampio perché a nostro parere contiene molte se non tutte le “nuove” implicazioni del termine:

Ha ragione il movimento femminista a collegare ruolo della donna e sua oppressione allo stupro. […] Né menti malate né raptus, come ne parlano gli egregi difensori degli stupratori nelle loro fiorite arringhe; il potere virile si è sempre affermato, seppure per varie intensità di gradi, con la forza fisica. E la ribellione va punita. La lezione deve servire a mantenere la donna assoggettata. Oggi la guerra è più evidente perché la donna sfugge alla privatezza, vive maggiormente fuori dalle pareti domestiche: la violenza privata diviene così un fatto pubblico. La tortura quotidiana dello schiaffo, della percossa, dell’aggressività parolaia sfocia nel massacro sessuale sui prati, sui sedili delle auto, in squallidi scannatoi di periferia. Ma il femminicidio quotidiano non avrebbe da solo raggiunto queste drammatiche proporzioni se non fosse sorretto e agevolato dalla violenza delle istituzioni nei suoi anche meno palesi messaggi. (CRESCE LA RABBIA DOPO TANTI STUPRI, ANCHE PSICOLOGICI La tentazione del femminismo armato, 4. 4.1977, “StampaSera” n. 68)

Nel decennio successivo comincia a penetrare nel linguaggio dei criminologi l’alternativa mutuata dall’inglese femicidio: la troviamo in un testo del 1983, G.Russo, Femicidio. Studio su 82 vittime, in “Rassegna penitenziaria e criminologica”, n. 1 citato in Karadole (p. 24 e nota 45). Tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale si è avuto il rilancio giornalistico del termine riferito a culture altre, ma ben presto anche alla nostra: nell’archivio di “Repubblica” l’esempio meno recente di femminicidio risale al 7.10.2001:

Le donne [in Afghanistan] non possono lavorare, andare a scuola, frequentare i bagni pubblici, lavare vestiti al fiume, camminare da sole, viaggiare se non accompagnate da un maschio adulto della loro famiglia, calzare sandali che emettano suoni, essere assistite da un medico durante il parto. Questi divieti si sono tradotti in un femminicidio prolungato, per fame o per infezioni, ma non sempre indiretto. Presunte adultere sono state lapidate, presunte prostitute fucilate negli stadi (probabilmente vedove che non sapevano come sfamare i figli). (Guido Rampoldi, Le prigioniere del burqa)

Nel 2006 nello stesso archivio il termine, giunto alla quarta occorrenza, era ancora virgolettato; fino al 2010 non erano state raggiunte 10 occorrenze, ma da quell’anno è un crescendo continuo (22 nel 2010, 31 nel 2011) che esplode nelle 276 del 2012; quest’anno superava le 400 il 22 giugno. Nello stesso archivio femicidio appare dal 2005, ma fino all’aprile di quest’anno non arrivava a 20 occorrenze.
Il calco inglese rimane in un primo tempo per lo più circoscritto all’ambito degli studi di settore (cfr Lorenza Pleuteri, Isabella Merzagora Betsos, Il femicidio. Vittime di omicidio di genere femminile a Milano e provincia negli anni 1990/2002, in “Rassegna italiana di criminologia”, 2004 Vol. 15). Nel 2008 Barbara Spinelli pubblica Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale e anche Femicide e Feminicidio: nuove prospettive per una lettura gender oriented dei crimini contro donne e lesbiche sulla rivista specializzata “Studi sulla Questione Criminale”.
La compresenza di più termini ha fatto sì che, almeno negli scritti specialistici, essi vengano usati con significati diversi:

In questa sede chiamiamo dunque femicidio la forma più estrema di violenza contro le donne per distinguerla ed al contempo metterla in relazione col femminicidio, ossia la violenza contro le donne in tutte le sue forme miranti ad annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, che solitamente precede e può condurre al femicidio.
Il concetto di femicidio accolto comprende tutte le morti di donne avvenute per ragioni misogine, anche per fatto delle istituzioni (per esempio per aborti forzati, interventi chirurgici non necessari come l’isterectomia, sperimentazioni sui loro corpi) o di pratiche sociali patriarcali (mutilazioni genitali) o culturali che portano a lasciar morire le figlie femmine di malattia, incuria, fame, per privilegiare la cura del figlio maschio, come accade ad esempio in alcune regioni di Cina e India. (Karadole p. 18 sg)

Veniamo adesso alle possibili alternative. A coloro che propongono uxoricidio abbiamo forse già dato una risposta: non solo le mogli e nemmeno solo le conviventi hanno il triste privilegio di essere vittima di questi delitti e non solo i mariti (o i conviventi) ne sono gli autori.
Muliericidio o anche donnicidio escluderebbero le vittime bambine e adolescenti e metterebbero in ombra, con un recuperato senso del pudore latitante in altre occasioni forse più opportune, il tratto dell’appartenenza delle vittima al genere femminile, esplicito in femminicidio o femicidio, che è anche il motivo della loro morte (a questo proposito si veda anche quanto scrive Rosario Coluccia in un articolo che pubblichiamo qui di seguito).
Diversa accezione hanno invece le altre due proposte che ci giungono ancora dal mondo anglosassone: ginocidio e gendercidio, entrambe non registrate nei vocabolari. Le due forme sono state introdotte dalla scrittrice e filosofa americana Mary Anne Warren in Gendercide. The implication of Sex Selection (1985) nel quale, mettendole in relazione con genocidio, indicava con questi termini le pratiche sistematiche prodotte da una cultura sostenuta anche dalle istituzioni, tese all’eliminazione delle donne come genere, come le mutilazioni genitali, gli stupri di massa o l’aborto selettivo dei feti di sesso femminile. In questo senso quindi il ginocidio (cfr Daniela Danna, Ginocidio. La violenza contro le donne nel mondo globale, Milano, Eleuthera 2007) o gendercidio (cfr Francesca Paxi, L’Onu: metà del mondo non è per le donne. Il “gendercidio”: una strage silenziosa, “La Stampa” 16.06.2011) si oppongono al femminicidio e al femicidio in cui la violenza è esercitata contro la singola donna.

Infine rispondiamo a chi vede nella proliferazione di termini il rischio di una produzione “ipertrofica” del suffissoide –cidio, come qualcuno paventava ancora sulla pagina Fb della rubrica La lingua batte:

E ci potrebbe essere il rischio che si creino altri “-cidi”: basta pensare all’odio contro le persone omosessuali, i cristiani, gli islamici, gli ebrei, gli immigrati ecc.

Rispondiamo che ciò che dovrebbe essere condannato sono gli atti e non le parole che servono a denunciarli e che il “rischio” è ormai una realtà: nel linguaggio giornalistico e non solo in quello è già penetrato il termine omocidio a indicare l’uccisione di una persona omosessuale in quanto tale da parte di una persona omofoba. Per capire i perché di questa parola può forse essere utile la lettura di OMOCIDI, gli omosessuali uccisi in Italia di Andrea Pini (2002) che racconta le vittime della violenza omofoba in Italia.

a cura di Gabriella Grasso







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