Musica, storia e amore nei nuovi romanzi di Pierfederici Alessandro

Inserita da il Mar 20th, 2017 e archiviata in ° Sicilia. Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo tramite RSS 2.0.

E’ con grande piacere che oggi vogliamo proporvi l’intervista a uno scrittore e musicista di Treviso: si tratta del maestro Pierfederici Alessandro, che ha da poco dato alle stampe due libri, “Oltre le colonne d’Ercole” e “Racconti e memorie di isole e di mari”.

Pierfederici, diplomato in Pianoforte e Composizione nei Conservatori italiani e in Direzione d’orchestra nei “Wiener Meisterkurse” di Vienna, ha alle spalle una ricca attività internazionale di docente, pianista accompagnatore e direttore d’orchestra.

Ha suonato nei più importanti teatri stranieri e italiani ed è fondatore e presidente dell’Associazione culturale “Musicaemozioni” di Treviso che si occupa della formazione e della promozione di giovani studenti ed artisti della lirica.

Oltre alla musica, l’altra sua grande passione è la letteratura.

E’ autore, infatti, di numerosi romanzi, tra cui ricordiamo anche “Ritorno al tempo che non fu” , “Carmen: da Mèrimèe a Bizet” e “Ascesa al regno degli immortali”.

 

Lo abbiamo incontrato e intervistato per voi:

Il suo ultimo libro, “Oltre le colonne d’Ercole”, è una vera opera d’arte, ricca di storia e cultura; come la presenterebbe al suo pubblico?

Con una sola frase, che poi è sempre stato per me una sorta di motto: “Raccontare la musica”.  In questo saggio non ci sono esempi musicali e gli elementi strettamente tecnici sono ridotti al minimo e, quando assolutamente necessari, sono stati spiegati nel corso del testo, senza ricorrere a note aggiuntive, che a mio avviso appesantiscono troppo la lettura e rischiano di renderla dispersiva. Inoltre, l’aspetto umano e personale dei due autori è sempre in primo piano, sia quando si parla di loro sia quando si tratta delle loro opere, così che, anche attraverso la narrazione analitica di capolavori quali il Requiem verdiano o la Tetralogia wagneriana si possono intravedere le figure dei due uomini, con i loro caratteri, le loro aspirazioni, le loro debolezze, la loro genialità.  Infine, e credo che sia qualcosa di molto stimolante, la presenza di tre racconti di fantasia (anche all’interno di un saggio non ho mai dimenticato di essere soprattutto un narratore) per ciascun autore, volti a narrare qualche episodio della loro vita o qualche caratteristica delle loro opere, cercandone una nuova, originale interpretazione; e, al termine, un fantasioso “Epistolario impossibile”, che credo non sia mai stato tentato da alcuno prima, che ipotizza come sarebbe stato uno scambio di lettere fra i due maestri, a partire dalla realtà storica e dai due diversi caratteri; e forse alla fine potrebbe essere che i due grandi maestri sempre contrapposti non fossero poi così distanti l’uno dall’altro… Giudicherà il lettore: io sono stato attentissimo a non far mai trapelare la mia preferenza, ammesso che ce l’abbia, per l’uno o per l’altro, proprio per lasciare anche a chi si accosta per la prima volta alla conoscenza di questi due grandi, la libertà di decidere secondo la propria sensibilità e i propri gusti.

 

Come vede, in poche parole, Verdi e Wagner alla “sua maniera”?

Ecco: ciò che sono riuscito ad evitare nel saggio, rischierei di rivelarlo proprio con questa risposta.  Chi sono essenzialmente questi due grandi maestri “alla mia maniera”? Due esseri umani, con i loro pregi e difetti, con il loro genio e le loro manie, con le loro emozioni e le loro turbe, ma soprattutto con la consapevolezza, che andava progressivamente crescendo nel tempo, di occupare un posto fondamentale nella storia, e non solo nella storia della musica.  Sono due uomini immersi integralmente nella vita, entrambi con l’aspirazione di superarne i limiti, l’uno (Verdi) portandone al massimo grado gli elementi costituenti (umanità, storia, emozioni, istanze popolari e valori intimi), l’altro (Wagner) esaltandone gli aspetti che la trascendono (mito pagano e cristiano, fusione di carnalità e spiritualità, eroismo maschile e femminile, sentimento d’amore sovrumano che diventa redenzione o trasfigurazione, eternità).  E lo fanno con lo strumento a loro più congeniale, l’arte dei suoni, la musica per il teatro, la rappresentazione scenica e quindi pubblica di tale aspirazione, così da renderla un esempio trascinante, immediato nel caso di Verdi, con le opere risorgimentali, più tardivo ma non limitato al pubblico ma esteso a musicisti, scrittori, filosofi e artisti successivi nel caso di Wagner.

Può spiegarci il significato del titolo “Oltre le colonne d’Ercole”?

Ho scelto questo titolo riferendomi ovviamente al fatto che anticamente si credeva che le cosiddette “Colonne d’Ercole”, lo stretto che separa il Mar Mediterraneo dall’Oceano Atlantico, costituissero il limite invalicabile del mondo allora conosciuto e che l’avventurarsi oltre avrebbe comportato un’inevitabile fine, un precipitare nel vuoto, per i temerari che l’avessero osato. Il parallelismo è realizzato con l’opera di questi due straordinari compositori, che andarono oltre i limiti fino ad allora segnati dal teatro musicale e che nessuno aveva tentato di superare, né in Italia, dove la tradizione belcantista sorta dall’insegnamento e dalle strutture formali rossiniane si era consolidata e cristallizzata con grandissimi maestri ma non era più in grado di esprimere le istanze dei tempi nuovi che incombevano con l’avvicinarsi della metà del secolo; né in Germania, dove, dopo la nascita del teatro lirico nazionale tedesco ad opera di von Weber, non si era avuta una figura di grande rilievo ma solo un certo numero di autori minori, che portasse avanti in modo convincente e rivoluzionario quella novità. Verdi da un lato e Wagner dall’altro furono coloro che ebbero il coraggio di superare i limiti delle rispettive tradizioni e che traghettarono il dramma musicale dal Romanticismo alla modernità, non solo sotto l’aspetto drammaturgico ma anche sotto l’aspetto musicale; dopo la loro opera, la musica e il teatro non furono più gli stessi e non poterono più prescindere dalle loro conquiste e innovazioni.

 

“Racconti e memorie di isole e mari” è un insieme di storie d’amore e d’avventura; per la prima volta lei scrive un libro in racconti; da dove nasce questa scelta?

Ci sono due diversi motivi all’origine della scelta di pubblicare una raccolta di racconti.  Uno è di matrice sostanzialmente pratica: le mie prime esperienze di scrittura, durante e dopo i tempi di scuola, sono state soprattutto orientate alla forma breve del racconto, per una (apparente) maggiore facilità di gestire il contenuto narrativo e il messaggio del testo.  Sono nati così, nel lontano 1992, assieme a molti altri ancora nel cassetto, alcuni dei racconti che, adeguatamente rivisti e in parte riscritti, hanno trovato posto in questa raccolta. Chiaramente, la maggiore consapevolezza derivata dall’esperienza di scrittura di romanzi, un saggio, alcuni pezzi teatrali, mi ha portato ad elaborare in maniera più matura e stilisticamente consapevole tutta la raccolta – il cui ultimo racconto è nato integralmente lo scorso anno ed ha avuto tre diverse stesure complete prima di giungere alla redazione definitiva che mi soddisfacesse – oltre a porre in rilievo l’aspetto simbolico, psicologico, interiore di personaggi e vicende, e scioglierlo nello stesso tempo nell’elemento fantasioso, non di rado misterioso e inspiegabile, quasi sempre sospeso tra realtà e finzione.  Il secondo motivo è stato proprio il desiderio di cimentarmi con questa forma breve, che ritengo complementare e diversa ma non inferiore al grande romanzo di ampio respiro, il desiderio di affrontare le differenze con la grande forma del romanzo sotto l’aspetto soprattutto tecnico ma anche contenutistico, e – ciò che mi ha stimolato ancor di più – la possibilità di variare forme, toni, colori, caratteri da un racconto all’altro (ve ne sono di avventurosi, sentimentali, biografici, psicologici, simbolici, esoterici, misteriosi, erotici, riflessivi, realistici), ma di mantenere un’unitarietà di fondo che non nascesse solo dalla comune ambientazione in luoghi di mare o isole, ma anche da un substrato emotivo, intimamente personale, attraverso il quale passano tutte le vicende narrate, i paesaggi, i personaggi, i sentimenti e, soprattutto, il senso di una memoria che va oltre l’infanzia e la giovinezza e si riallaccia forse ad una memoria collettiva di matrice psicanalitica.

Qual è il racconto che preferisce?

Si tratta di una domanda difficilissima: sono ugualmente affezionato a tutti, dal primo “Il vecchio Sebastiano”, che è stato il primo racconto che scrissi quando decisi di dedicarmi seriamente anche alla scrittura, all’ultimo “Tra fuoco e mare”, del quale immaginavo, mentre lo scrivevo, una possibile sceneggiatura cinematografica, per la ricchezza di caratteri e vicende, per il mistero e la tensione che lo animano, per il dramma dei singoli che ad un certo momento si unisce al dramma collettivo.  Sono ugualmente molto legato ai racconti che grondano di mistero e soprannaturale: “Il faro”, “L’eterna pena del navigatore”, “Il convento della Vergine del mare”; ma se dovessi proprio fare una scelta, credo che cadrebbe sul racconto erotico “Afrodite marina”, sul quale aleggia lo spirito dell’antico mito greco rivissuto attraverso la frequentazione delle opere del poeta Salvatore Quasimodo, in particolare “Cavalli di luna e di vulcani”.

Dato che è la sua prima raccolta di racconti, ha avuto qualche modello, qualche autore di riferimento nell’affrontare questa diversa forma letteraria?

Direi proprio di sì, sia quando sono nati in tempi ormai lontani i primi tra questi racconti, sia quando li ho ripresi, completati e revisionati. Quando ho iniziato a scrivere i racconti avevo sempre come modello e fonte di ispirazione il tedesco Hesse, soprattutto sotto l’aspetto formale.  Ma nel momento in cui si è posto il problema di completare la raccolta, ho approfondito ancora questo aspetto con la lettura di parecchie opere di autori di diversa nazionalità (fra le quali i “Tre Racconti” di Flaubert, i Racconti di Akutagawa, quelli di Cechov, quelli di Maupassant), e, considerando anche la tematica, ho affrontato la lettura di quasi tutte le opere di Melville e dei romanzi brevi di ambientazione marina di J.Conrad.

Da dove nasce la sua ispirazione letteraria?   

La mia ispirazione letteraria ha sostanzialmente due fonti: una di tipo culturale, che è la conoscenza di opere letterarie e artistiche, attraverso la lettura e lo studio, e lo stimolo che ne deriva, unito alla varietà di sollecitazioni che mi vengono dall’affrontare parallelamente lo studio e la conoscenza di un’altra espressione creativa quale la musica; l’altra è la vita stessa: già ebbi modo di scrivere, nell’Introduzione alla lettura del mio secondo romanzo, pubblicata sul portale “Literary”, che un autore può, a mio avviso, scrivere esclusivamente di ciò che conosce, e ciò che conosce davvero non può che essere esclusivamente la propria vita, un passato e presente che coincidono nell’attimo in cui scrive e estendono la loro influenza su tutto: la storia, l’arte, l’umanità, le vicende che crea sono tutte viste attraverso la lente della sua personalità; anche quando la narrazione è oggettiva al massimo grado, la scelta dei vocaboli, la forma, lo stile sono ciò che crea l’opera letteraria e le conferisce il taglio definitivo e il carattere, e sono anche ciò che viene al talento dell’autore dalla sua esperienza, più o meno consapevole, di vita, dalle immagini e dai ricordi stampati in lui, dai suoi pensieri, dalle sue reazioni, da tutto ciò, insomma, che fa di lui un essere umano.  In tutto ciò che ho scritto, persino nel saggio musicale, c’è presente una parte più o meno grande di me: dalla vicenda totalmente autobiografica all’esperienza professionale, dalle emozioni al modo di affrontare situazioni e realtà, dal ricordo alla rivisitazione delle narrazioni ascoltate da bambino, tutto ciò che ho scritto risente, in modo più o meno forte, della mia esperienza di vita e, anche quando non sembrerebbe direttamente legato ad essa, sono consapevole che ne sia comunque un’emanazione inconscia, che mi fa scegliere una scena piuttosto che un’altra ed il modo di descriverla o narrarla, una parola piuttosto che un’altra o il particolare taglio del carattere di un personaggio.  Pertanto, non sempre l’ispirazione è consapevole e dominabile, ma la bellezza della creazione artistica risiede proprio in questo, in quella scintilla imperscrutabile, indefinibile, talora irrazionale che non di rado dà origine a grandissimi capolavori destinati a rimanere nella storia.

 

Come riesce a coniugare musica e scrittura?

La musica è il mio lavoro principale, quello che mi tiene impegnato, nella molteplice veste di direttore, pianista, insegnante e organizzatore, per la maggior parte del tempo, anche perché non si limita all’evento ma necessita di uno studio preparatorio che deve essere sempre rinnovato, anche quando si esegue musica già ben conosciuta.  La scrittura rimane quindi ancora una sorta di rifugio, un momento di enorme felicità che va dal contatto fisico con la penna e la carta (io continuo a realizzare la prima e a volte anche una seconda o terza stesura a mano, così come la prima correzione; le mie pagine entrano nel computer solo con la seconda correzione e la revisione) alla piacevole necessità di leggere autori estremamente vari e diversi per nazionalità, collocazione cronologica, generi e caratteri (e leggere è una delle gioie più grandi che siano date all’uomo) e alla gratificazione che mi dà il documentarmi a livello storico, psicologico, ambientale su quanto sto scrivendo.  Ma conciliare questi due aspetti della mia attività non è impossibile, anzi: si tratta di due diverse forme di arte e creatività, che hanno entrambe il loro fondamento sulla conoscenza della cultura in senso lato, e sulla conoscenza dell’uomo, nelle sue varie espressioni di vita attraverso la storia e la società. Direi, quasi, che queste due attività si integrano, si sostengono, si completano, al punto che non riesco più a immaginarmi come musicista senza la scrittura né scrittore senza la musica.

Lei è un noto maestro d’orchestra: come procede la sua carriera musicale?

La mia carriera musicale, negli ultimi anni, ha visto: un duplice ritorno in Giappone nella veste di direttore d’orchestra, affrontando alcuni impegnativi e importanti titoli del repertorio lirico: “Eugenio Onegin” di Ciaikovski, “Carmen” di Bizet e “Thaïs” di Massenet; concerti quale pianista accompagnatore in Italia e alle Isole Canarie; l’organizzazione di eventi musicali e culturali correlati all’anniversario della Prima Guerra Mondiale; un master di canto lirico insieme a mia moglie Lucia al Conservatorio Souza Lima di San Paolo del Brasile. Gli impegni futuri prevedono di intensificare la mia attività musicale nelle Isole Canarie, luogo molto favorevole anche all’ispirazione letteraria.

 

Quali sono stati i suoi studi musicali? E cosa consiglierebbe a un giovane che oggi vorrebbe intraprendere la carriera artistica come lei?

Mi sono diplomato in Pianoforte e successivamente anche in Composizione presso i Conservatori italiani e contemporaneamente in Direzione d’orchestra presso i “Wiener Meisterkurse” al Conservatorio di Vienna.  Già durante i miei studi regolari, però, avevo seguito corsi di specializzazione sia come pianista accompagnatore di teatro che come direttore d’orchestra ed avevo iniziato a collaborare con scuole, cantanti e teatri, per cui la mia formazione accademica è stata sempre affiancata dalla sperimentazione diretta sul campo di quanto acquisito.  Ho avuto la fortuna di avere due maestri di Composizione, prima uno anziano e molto tradizionalista che mi ha inquadrato rigidamente e poi un compositore contemporaneo di successo che mi ha lasciato una grande libertà analitica ed espressiva, che ho potuto gestire con successo grazie alla formazione del precedente insegnante, e le cui modalità ho poi applicato anche scrivendo i miei lavori letterari e, soprattutto, recensendo opere altrui.  E ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada una delle persone più dure, esigenti e intransigenti che io abbia mai conosciuto, il mio ultimo maestro di direzione d’orchestra, il maestro Julius Kalmar, straordinario didatta al quale devo la vera conoscenza della musica, quella conoscenza che mi ha permesso di dire qualcosa di mio di fronte ai grandi capolavori di quest’arte. Consigli per i giovani? Dovrei dire studiare moltissimo e non solo il proprio strumento ma tutto ciò che ruota attorno alla conoscenza che si vuole acquisire, ma mi sembra superfluo e scontato.  Dato per inteso che vi sia un vero interesse a 360 gradi attorno alla propria materia, direi di avere infinita pazienza, non lasciarsi prendere dalla smania di bruciare le tappe, poiché il mondo dell’arte è pieno di meteore, di guardarsi bene attorno e alle spalle, e soprattutto acquisire conoscenze di tipo tecnico e culturale, esperienze di contatti umani e di luoghi diversi, proprio per non cadere preda di illusioni alimentate da approfittatori che si avvalgono sempre della scarsa esperienza delle loro vittime. Nessuno può ipotecare il futuro né sapere da quale via arriverà prima il lavoro poi, forse, anche il successo e la carriera.  E un altro consiglio che dò ai musicisti e cantanti è quello di non sottovalutare mai gli impegni che sono chiamati ad affrontare, per quanto possano sembrare di poco conto come saggi scolastici o concerti nell’ambito di piccole realtà locali: affrontare tutto da subito in modo professionale, serio e presente, senza mai pensare che si sta facendo qualcosa di infimo e che gli impegni importanti saranno altri, poiché questa sarebbe la via maestra del fallimento; in musica, ogni impegno è importante e bisogna dare sempre il massimo di quel momento, senza mai collocare la convinzione del proprio successo in qualcosa di predefinito, che poi è solo nella nostra mente. A livello pratico, parlando dei giovani studenti italiani, consiglierei loro, appena acquisita la conoscenza necessaria, di impararsi una o due lingue, prepararsi le valige e fuggire oltre le Alpi, dove la figura del musicista ha ancora una parvenza di dignità e di considerazione, alla pari dei professionisti di qualunque altra attività.

 

Che posto hanno, secondo lei, l’arte e la cultura ai tempi d’oggi?

Il discorso sarebbe lunghissimo, forse non basterebbe un intero libro ad illustrare accuratamente quanto ci sarebbe da dire.  Mi limito a superare la solita retorica di chi si lamenta della mancanza di cultura oggi e, di fronte ad eventi culturali quali concerti, conferenze, mostre, presentazioni di libri rimane a casa con ogni scusa possibile (il freddo, il caldo, la pioggia, la partita, il compleanno del nipote e chi più ne ha più ne metta) per poi lamentarsi, di solito sui social network, che non c’è cultura, che non si fa più arte e così via, e spesso alla semplice domanda: “cosa intendi per cultura?” non sa cosa rispondere se non un’accozzaglia di termini retorici e senza senso.  Vogliamo essere realistici, allora: la cultura – intesa come conoscenza della realtà della storia, della natura, del mondo, degli aspetti emozionali e spirituali dell’umanità, ossia come qualcosa che coltiva e fa crescere rispetto e considerazione, nell’ottica di una comune gratificazione e soddisfazione che porti al benessere interiore di ciascuno – non gode di molta considerazione nel mondo di oggi, soprattutto in alcuni paesi, e spesso è sacrificata ad esigenze politiche che sono diretta filiazione di esigenze economiche e di numeri: la cultura non è mai un investimento a breve termine né una scommessa, ma un lento, solido, faticoso investimento strutturale che, in tempi in cui si brucia e si sacrifica tutto sull’altare del consumismo più sfrenato e limitato all’oggi, non trova più patria e tende, per un meccanismo perverso, ad essere messa sempre più ai margini della società civile.  L’arte, che si lega certamente alla cultura ma è soprattutto un’emanazione della spiritualità e creatività umana, proprio per il suo carattere individuale, originale, non inquadrabile in schemi preordinati se non limitatamente agli elementi tecnici di cui si avvale, è l’esatto opposto dell’ipertrofia matematica, scientifica e tecnologica di cui si nutre la vita sociale attuale.  Il mondo va nella direzione di cercare nell’intero universo un linguaggio matematico, di tentare di elaborare calcoli che riconducano a formule matematiche persino gli eventi imprevedibili della quotidianità, per cui l’arte rimane veramente il baluardo della propria libertà individuale di esseri umani, affidata a pochi “ribelli e alternativi” rispetto al processo generale.  In quest’ultima frase, credo di aver dato la risposta riguardo a ciò che credo sulla funzione attuale dell’arte e della cultura: sono le ultime, estreme difese della vera libertà interiore, spirituale, espressiva, creativa dell’essere umano, prima che un meccanismo perverso ci riduca del tutto a semplici numeri e codici all’interno di infiniti database; in questo non nascondo che talvolta mi sento un eroe talvolta un Don Chisciotte, ma non potrei vivere in modo diverso: sento la responsabilità di consegnare alle generazioni successive almeno una parte di ciò che mi è giunto dalle precedenti, perché anch’esse abbiano il diritto di godere delle grandi creazioni dell’uomo e delle sue grandi opere artistiche.

 

Lo scrittore e il musicista nei quali si riconosce di più…

Lo scrittore che sento più congeniale è certamente il tedesco Hermann Hesse, sia per la varietà di generi trattati che di tematiche affrontate; ma è comunque una sorta di “primus inter pares”, poiché, se non in tutto, mi riconosco in molti aspetti di altri scrittori, soprattutto classici sia italiani che stranieri.  Ho una personalissima simpatia per il tedesco E.T.A.Hoffmann sia per le interessanti tematiche che pongono a confronto realismo e fantastico sotto una lente psicologica di stupefacente modernità, sia perché fu anche musicista, compositore e direttore d’orchestra, per cui la musica ha uno spazio importante nei suoi scritti letterari.  Per quanto riguarda il musicista, anche qui la risposta non è semplice: ho scritto un saggio su Verdi e Wagner, che sono forse i maestri che sento maggiormente congeniali nonostante la loro diversità; ma non posso dimenticare i compositori che fin da ragazzo hanno alimentato il mio amore per quest’arte, nell’ordine Beethoven, Puccini e Chopin, che sono rimasti sempre tra i miei massimi punti di riferimento.

Alessandro Pierfederici nella sua vita privata…

La vita privata è quella di una famiglia apparentemente ordinaria, che affronta i problemi di ogni giorno e la vita sufficientemente arida e costellata di numeri alla quale si è costretti di questi tempi.  Ma è anche quella di una famiglia di artisti e creativi, che ha viaggiato e vissuto a contatto costante con un ambiente multietnico, multiculturale, multilingue: chi ha tratto grande vantaggio da questo è stata finora soprattutto mia figlia Tatiana (15 anni), che ha potuto così sperimentare esperienze importanti di conoscenze diverse.  A volte la difficoltà è conciliare l’esigenza creativa con quella della realtà quotidiana, soprattutto se ad essere creativi siamo in tre, ciascuno con le proprie caratteristiche e le proprie necessità personali: io ho trovato una scappatoia che mi permette di conciliare in parte queste esigenze, facendo spessissimo il cuoco di casa, così da mettere un aspetto creativo al servizio di una necessità quotidiana; mia moglie (cantante lirica e docente di canto) fa lo stesso cucendo vestiti e costumi di scena; mia figlia crea a tutto tondo, ed è un trionfo di esperienza multidisciplinare: appassionata di cinema, dopo la visione di un film è in grado di spaziare su tutte le materie che in qualche modo vi si riallaccino, dalla storia alla scienza, dalla letteratura all’arte, in completa autonomia dalle pastoie scolastiche nelle quali non si è mai riconosciuta. E infatti per il secondo anno consecutivo si avvale dell’istruzione parentale, in quanto l’istituzione scolastica le è sempre stata estremamente stretta, e in questo contesto, tanto per non farmi mancare nulla, io sono il suo insegnante di italiano, latino e storia.

Progetti futuri?

Per quanto riguarda la scrittura, sto completando l’editing dell’autobiografia di una nota cantante lirica che, secondo i tempi previsti, dovrebbe uscire entro l’anno.  Ho già messo mano ad un ampio romanzo di carattere storico, ma la cui stesura richiederà molto tempo, anche se alcune parti sono già state scritte; ho un progetto di due brevi romanzi, entrambi di matrice autobiografica ma estremamente diversi tra loro, e nel secondo di questi è mia intenzione sperimentare una tecnica di scrittura che si riallacci al meccanismo psichico del flusso di coscienza; ho in corso anche la stesura di tre ampi racconti di matrice esoterica ed ho elaborato un piano e alcune pagine di un secondo saggio musicale; infine, vorrei riordinare tutte le poesie scritte nel corso di venticinque anni e compilarne una raccolta completa.  Per quanto riguarda la musica, l’attività dell’Associazione di cui sono Presidente continuerà promuovendo la musica lirica presso i giovani e sostenendo i giovani studenti con un progetto a breve termine che prevederà l’assegnazione di sei borse di studio per sei meritevoli studenti di canto lirico, assegnate da una giuria competente al termine di tre fasi di selezione: è anche questo un modo per essere presenti e fare la nostra parte per preservare questo enorme e straordinario patrimonio spirituale e culturale che ci viene dalla creatività dei grandi geni del passato che, non dimentichiamolo mai, erano persone come noi.  Attualmente sto collaborando con il Conservatorio di Padova e credo che questo impegno proseguirà anche negli anni a venire; in più, la mia attività di pianista e docente mi porterà, come avevo accennato, ad accrescere la presenza nelle Canarie; in un prossimo futuro è inoltre previsto anche un ritorno in Brasile per attività di insegnamento di Master.  Anche sotto questo aspetto, dunque, non avrò modo modo di annoiarmi.

 

 
a cura di Isa Voi







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