Il Partito (non) Democratico ennese

Inserita da il Apr 6th, 2017 e archiviata in AGORÄ, EN-Politica. Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo tramite RSS 2.0.

Il Partito (non) Democratico ennese

di Massimo Greco

La questione della democrazia interna ai partiti politici è antica quanto i partiti stessi.  Il dilemma è sempre lo stesso e concerne il rapporto tra libertà ed efficienza. Oggi, tale questione, in presenza di sistemi elettorali a prevalente contenuto maggioritario, è divenuta indispensabile per ristabilire l’effettività della sovranità popolare. Da qui l’esigenza di spostare l’asse dell’attenzione anche sul sistema valoriale e sui processi democratici interni ai partiti politici italiani. Ciò, in considerazione che, come ormai accertato in più di sessant’anni, non corre buon sangue tra quanto previsto dalla Costituzione in ordine alle funzione dei partiti politici e l’applicazione delle regole interne ai medesimi. Difetti e vizi che accomunano indistintamente tutti i partiti politici italiani nonostante le chiare ed autorevoli previsioni normative. Infatti, se l’art. 49 della Costituzione prevede che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, il Trattato di Lisbona, che ha modificato il Trattato sull’Unione Europea, individua i partiti politici quali elementi fondamentali che “contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione”.  L’autorevolezza delle citate fonti normative manifesta l’ampio rilievo che si intende attribuire a tali associazioni non riconosciute, destinate a non esaurire la propria attività con riferimento alla formazione delle assemblee elettive, ma a dispiegare il proprio intervento in relazione a tutte le occasioni e ad ogni forma in cui può manifestarsi la partecipazione politica dei cittadini comunitari, alla quale si ricollega la garanzia del pluralismo. Peraltro, le funzioni attribuite ai partiti politici nel procedimento elettorale (deposito contrassegni delle candidature individuali e di lista, raccolta firme, selezione delle candidature, presentazione delle liste, campagna elettorale, applicazione della par condicio) costituiscono l’unico modo costituzionalmente possibile e legittimo perché nelle odierne democrazie rappresentative il popolo possa esercitare la propria sovranità, cioè per “raccordare”, come dice la Corte Costituzionale, democrazia e rappresentanza politica.

Rispetto a questo scenario risulta incomprensibile la recente scelta del più grande partito italiano, nel contesto della celebrazione dei congressi, di negare la tessera a numerose personalità della politica ennese notoriamente compatibili con il Codice etico del PD. Ora, al netto di una grossolana “svista”, che dovrebbe essere immediatamente assorbita, sarebbe grave rassegnarsi a questo metodo di inopinata ed arbitraria selezione di coloro che, tesserandosi, acquisiscono la capacità di elettorato attivo e passivo nell’imminente stagione congressuale. Confidiamo su una rilettura dei “principi della democrazia interna” contenuti all’art. 1 dello Statuto del Partito Democratico, tra i quali spicca quello di “riconoscere e rispettare il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno come parte essenziale della sua vita democratica, e riconoscere pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica”.







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