mercoledì , Gennaio 20 2021

Le “aree interne” orfane della Provincia

Le “aree interne” orfane della Provincia

di Massimo Greco

E’ su sul solco del nuovo rapporto tra città e territorio che le politiche pubbliche degli ultimi Governi, dividendosi tra coloro che puntano tutto sulle metropoli e coloro che non si rassegnano al depauperamento sociale ed economico di tutto il resto, hanno generato la questione delle “aree interne”. Ora, se è vero che la questione meridionale si può identificare anche con la questione urbana, una nuova urgenza è ora dettata dalla riforma che ha cancellato le province e creato – solo sulla carta – le aree metropolitane e i liberi consorzi comunali dai quali ci si aspetta un ordine rinnovato e una ritrovata capacità d’impulso e sfida verso tutte le attività – politiche, amministrative, imprenditoriali – da impegnare in una straordinaria lotta al degrado che verosimilmente non è solo fisico ma anche e soprattutto sociale. Rendere coerente con questa composizione sociale emergente il ridisegno istituzionale delle “aree vaste” che dovrebbero costituire la nuova sfera dei poteri intermedi rappresenta un passaggio ineludibile per dare senso istituzionale alle dinamiche territoriali. Soprattutto per quelle città dell’entroterra siciliano che più degli altri avrebbero bisogno di idonei e adeguati “vestiti istituzionali” da fare indossare ai rispettivi territori in affanno. E tuttavia, mentre la retorica territoriale dilagante ci impone di riflettere attorno al dilemma filosofico che poneva Heidegger quando si chiedeva se il territorio prima lo si abita e poi lo si pensa o prima lo si pensa e poi lo si abita, è sempre più difficile pensare di abitare un territorio i cui interessi sociali, economici e culturali si assottigliano progressivamente e “a vista d’occhio”. E come se ciò non bastasse, dobbiamo registrare l’assoluta inadeguatezza della riforma siciliana dell’ente intermedio sia sul fronte delle politiche pubbliche volte ad incoraggiare l’auto difesa della aree interne e centrali, sia sul fronte più propriamente del diritto dell’economia dei territori. Del resto, M. Rossi Doria nei suoi “Scritti sul Mezzogiorno” degli anni ‘80, non esitò ad affermare che “Le forze sociali, le forze di lavoro rimaste oggi nelle zone interne non sono capaci di farsi promotrici di tale processo di rinnovamento. Analogamente non possono esserlo gli organi locali, ossia i Comuni impoveriti nelle strutture e perfino nelle più elementari funzioni amministrative. Piaccia o dispiaccia questa è la realtà… Ma l’ostacolo principale alla formulazione, all’avvio e alla realizzazione di una politica di sviluppo nelle zone interne è rappresentato dall’attuale classe dirigente, piccola borghesia che ha il mestolo in mano nelle zone interne… una classe dirigente non moderna ed incapace di portare civilmente l’ordinaria amministrazione e certamente ancora più incapace di avviare e realizzare un processo di rinnovamento e di sviluppo. E’ questo, quindi, il primo dato della situazione che bisogna avere il coraggio di cambiare. Ma chi lo cambierà?”.