domenica , Maggio 16 2021

Interrogazione con benda anti-sbircio

La didattica a distanza è un fallimento camuffato da rivoluzione. Un fallimento che ha mostrato l’incapacità della scuola italiana di insegnare. La scuola del 2021 è  quindi  la stessa scuola del 1967? Quella di don Milani, quella che  curava i sani e  escludeva i malati?  Naufraghi in  un mare di piattaforme, Zoom, Meet, Jitsi, Argo, WeSchool, Classroom ecc…, i docenti non hanno  introiettato il motto di Rodari: “Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo” e hanno fatto come se… come se  si fosse in presenza, e per non farsi fregare dai ragazzi li hanno anche fatti bendare; dimostrazione di sfiducia e trionfo di nozionismo. il Covid ha evidenziato   l’apartheid socio-economico delle banlieue nazionali ossia la povertà reale: case troppo piccole per più studenti e mancanza di pc, tablet e cellulari; in molti hanno dovuto condividere la stessa stanza e lo stesso telefonino a questo si aggiunga la qualità delle lezioni, scadenti tecnicamente, didatticamente e pedagogicamente. La DaD, in generale, ha allargato il gap culturale centro-periferia, sollecitando riflessioni sui limiti  del sistema liberale. Quanto ai ragazzi, chi lavorava bene ha continuato a lavorare bene, chi rimaneva indietro è rimasto ancora più indietro. La DaD è il “darwinismo didattico” e dato che bisogna valutare gli alunni con scienza e coscienza, c’è chi ha  imposto agli allievi  di spegnere le luci della stanza oppure di “accecarsi”. Bendarsi per ripetere mnemonicamente quanto imparato perché le nuove generazioni siano come le vecchie. E certo non tutti i prof. hanno preteso la benda ma  siccome la nostra scuola è una scuola di massa, nella massa, come affermava anche Palmiro Togliatti, c’è un po’ di tutto, compreso qualche ingenuo: alimentando una specie di malaria, che colpisce il sistema immunitario dell’intelligenza.

Gabriella Grasso

 

“Lo dirò da studente che affronta questa situazione, come tutti i miei compagni, da ormai un anno: la DAD non è altro che l’incarnazione dei difetti che affliggono la scuola dall’ultima riforma di novantotto anni fa. La preghiera che ormai rivolgiamo è per una scuola che decida di aprirsi e permetta a tutti di trovare uno spazio proprio, e non  costringa gli studenti  a integrarsi in una dimensione arretrata di cui la scuola è il laboratorio e la manifestazione. Gli ingredienti come insegnanti mitomani che pretendono la completa attenzione, da remoto come in presenza, strutture fatiscenti e, ovviamente, poco ergonomiche, e un intero sistema che pretende non il cambiamento, ma il mantenimento di uno status quo che faccia sentire in sicurezza chi ormai sta per lasciare il posto ad altri sono immutati. Detto questo, noi speriamo; e se le proprietà di madre natura sono universali, ci auguriamo che un giorno il cambiamento avverrà, magari inaugurando una nuova stagione d’Italia: un’Italia, dopo secoli, nuova”.  studente in DaD

 
Laura Berlinghieri per “La Stampa”
Una studentessa obbligata a sostenere l’interrogazione con gli occhi coperti da una sciarpa, perché sospettata di copiare: il caso eclatante del Liceo di Verona è stato l’innesco per le denunce dei ragazzi. «Mi hanno chiesto di girarmi, dando le spalle alla fotocamera, ed esporre l’argomento, in modo da non potere avere nulla sotto gli occhi» il racconto di uno studente. «Ci chiedevano di avvicinarci al computer, fino quasi a toccare la webcam, per essere sicuri che non guardassimo gli appunti sullo schermo o i bigliettini attaccati al monitor» la testimonianza di un altro. E poi, la più assurda: «Un professore della mia classe ha costretto dei miei compagni, sospettati di copiare durante le interrogazioni, minacciandoli di un’insufficienza, a tenere le mani davanti e unite, come in preghiera. Non ha mai detto esplicitamente la sua intenzione, ma ripeteva solo di “pregare” insieme a lui». Sono le testimonianze raccolte dalla Rete degli studenti medi veneti che, per primi, stigmatizzano quanto avvenuto nel liceo veronese. «La cosa che più ci spaventa è il fatto che non si tratti di un caso isolato» commenta Camilla Velotta, della Rete. «C’è chi è stato interrogato con il volto contro al muro, chi con le mani alzate, chi con il viso schiacciato sullo schermo. Sembra che un voto valga più della dignità e dell’apprendimento». Ma le “pratiche da didattica a distanza” non hanno confini geografici. A ottobre, aveva fatto scalpore il caso della docente di latino e greco di Scafati, nel Salernitano, che chiedeva ai ragazzi delle sue classi di sostenere le interrogazioni con una benda sugli occhi. Mentre a giugno, sul finire dello scorso anno scolastico, una ragazza di un liceo romano era stata valutata con un “3”, perché aveva rifiutato di chiudere gli occhi durante l’interrogazione a distanza. «Mi sento preparata» la risposta della giovane, di fronte alla bizzarra richiesta dell’insegnante. Niente da fare. Episodi limite che riemergono ora, dopo quello eclatante accaduto al liceo Montanari di Verona. Del resto, sono molti gli insegnanti che, temendo che agli studenti possa “cadere l’occhio” sull’appunto scritto sul foglietto o direttamente sullo schermo del computer, hanno studiato le strategie più ingegnose da applicare alle interrogazioni. Dall’utilizzo di due device, per avere il massimo controllo sulla stanza dello studente, fino all’obbligo di sostenere l’esame in piedi, ben distanti dal computer, e con le spalle al muro. Nel caso di Verona, così come in quelli di Scafati e di Roma, si è andati veramente oltre, fino ad attaccare la stessa dignità degli studenti. «L’episodio non riguarda la sola ragazza di cui si sta parlando. La richiesta è stata avanzata dalla stessa professoressa agli alunni di diverse classi» sostiene Lorenzo Baronti, rappresentante degli studenti dell’istituto scaligero. «Contrariamente a quello che i professori possono pensare, noi comprendiamo bene le difficoltà del periodo, ma comportamenti come questo non sono la soluzione». Eppure sono comportamenti che sembrano fare proseliti, come testimoniato a stretto giro da un’altra ragazza della Rete degli studenti medi padovani, iscritta al Liceo Cornaro: «Quando eravamo a casa, in Dad, la professoressa di tedesco ci obbligava a tenere le mani davanti agli occhi, durante le interrogazioni, perché aveva paura che potessimo leggere i vocaboli sullo schermo del computer o sui bigliettini. A me personalmente non è mai capitato, ma è successo a diversi miei compagni di classe. Per questo non mi stupisce l’episodio di Verona».