Enna. Mafia: “Operazione Nerone”, il giorno dopo
Enna-Cronaca - 05/02/2011
Enna. “L’arresto dei pezzi grossi, ha consentito a persone come Vincenzo Scivoli, la moglie Elena Caruso, di fare scalata e diventare punti di riferimento della famiglia. Quello che sorprendeva era l’aggressività con la quale chiedevano il denaro alle imprese. Chi non pagava veniva penalizzato”. Ad Aidone, il giorno dopo l’operazione antimafia Nerone, si parla dell’arresto del gruppo di Scivoli, uno che con lo zio Turi Seminara era appena un corriere di secondo piano, e che, subito dopo il suo arresto e quello di Amaradio e Drago, ha preso il sopravvento. A stupire la maggior parte degli aidonesi ma anche le forze di polizia la velocità con cui, sgominato un gruppo, se ne è subito formato un altro, pronto ad agire nel campo delle estorsioni. Intercettazioni ambientali e telefoniche, come ha voluto sottolineare Giovanni Cuciti, capo della Mobile, sono state importanti perché hanno consentito di seguire passo passo le attività estorsive del gruppo, di avere anche delle immagini degli attentati ai cantieri , del ruolo di Elena Caruso nella riscossione delle rate da pagare . Con grande amarezza qualche rappresentante del consiglio comunale ha dichiarato “Aidone prima era un paese tranquillo, da alcuni anni la mafia ha puntato il suo interesse sulla nostra città e su Piazza Armerina. Tutto questo è molto pericoloso, significa non vivere tranquilli”. L’abbattimento del vertice, dunque, aveva portato al vertice, con il beneplacito Ivano Di Marco, Vincenzo Scivoli, che istruiva la moglie sull’ordinamento della famiglia di Cosa Nostra. “Ancora nu na nisciutu u nomi” (“ancora non è uscito il nome”, ndr.), però nessun problema, la rassicura, “non è ca non nesci, e non è dittu cada nesciri pi’ forza” (“non è che non esce, deve uscire per forza”, ndr.). Scivoli non si muoveva mai senza la sua pistola “Marilena”, la sua pistola, ancora non rinvenuta nelle perquisizioni effettuate al momento degli arresti. Gli altri arrestati, finiti nel carcere di Agrigento, sono Riccardo Abati, Marco Gimmillaro e Giuseppe Donato, accusato solo di estorsione. C’è attesa per quello che risponderanno negli interrogatori del Gip Carlo Ottone De Marchi, che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare a carico dei sei, rigettando la richiesta d’arresto per un settimo personaggio, presente in un solo episodio di danneggiamento. Comunque importante e lodevole l’impegno (e lo ha detto il procuratore Sergio Lari) della sezione investigativa contro la criminalità organizzata della Mobile, diretta dal vicequestore Giovanni Cuciti, ad avviare le investigazioni a carico del gruppo. Tutto è partito da una videocamera, che ha ripreso Scivoli che va verso un cantiere edile al quartiere aidonese di San Giacomo dove era andato a chiedere il pizzo, quindi sono partiti intercettazioni e appostamenti, ma solo dopo un’attività tecnica “all’antica”, che ha dato risultati e prove eccellenti.
Lunedì prossimo da parte del Gip Carlo Ottone De Marchi, sarà interrogata Elena Caruso, la donna boss, come viene chiamata, molto attiva nel gruppo nell’andare a chiedere il pizzo alle imprese. Elena Caruso è difesa dall’avvocato Gabriele Cantaro, ed è convinzione generale che la stessa era pronta ad assumere il comando del gruppo d’assalto. Ivano Antonio Di Marco, l’uomo che avrebbe dato l’input iniziale ai presunti affiliati arrestati nel corso dell’operazione Nerone, rimane a Viterbo. Di Marco fu arrestato nell’operazione “Game Over”, l’anno scorso a maggio, ed è stato ora destinatario di una nuova ordinanza di custodia per la presunta riorganizzazione mafiosa ad Aidone. Di Marco viene ritenuto il “cassiere” delle bische clandestine di Cosa Nostra e lunedì mattina sarà interrogato per rogatoria, difeso dall’avvocato Silvano Domina del foro di Nicosia. Gli altri arrestati sono difesi dagli avvocati Cantaro, per quanto riguarda Scivoli e Caruso, Antonio Impellizzeri difende Abati, e Carmelo Lombardo che difende Gimmillaro. Proprio Vincenzo Scivoli sarà interrogatooggi; tutti gli altri avverranno lunedì. Secondo la squadra mobile il gruppo si sarebbe avvalso, in certi casi, da manovalanza armerina ed aidonese per effettuare attentati intimidatori come incendi macchinari oppure venivano lasciate delle bottiglie molotov nei cantieri per impaurire gli imprenditori. Dopo gli interrogatori degli arrestati, sarà la volta dei titolari delle imprese, vittime delle estorsione, per chiarire la loro posizione.
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