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A 97 anni si è spento il professore Piazza, il “sindaco” di Aidone

Aidone, 21 Aprile 2011. Oggi la cittadinanza aidonese ha detto addio a uno dei suoi figli più rappresentativi, al Sindaco Vincenzo Piazza. Pur essendosi ritirato dalla vita pubblica da più di vent’anni, nel cuore e nell’immaginario degli aidonesi continua a rappresentare la figura del Sindaco, di colui, cioè, che alle doti politiche aveva saputo unire capacità amministrative ma soprattutto doti di umanità straordinarie. Il professore Piazza è stato sindaco di Aidone ininterrottamente dal 1972 al 1989, ma prima lo era stato per una sindacatura nel 1960 quando era stato eletto consigliere nella lista civica “il Campanile”; eletto sindaco, oltre che dai consiglieri della sua lista e dai consiglieri DC, anche da tre consiglieri comunisti, al suo fianco come vicesindaco aveva quel Peppino Calì riconosciuto come l’aidonese più coerentemente fascista, praticamente tutto l’arco costituzionale. E prima ancora, nel 1958, era stato nominato commissario regionale da Silvio Milazzo, il presidente della Regione Siciliana, fondatore dell’Unione Siciliana Cristiana Sociale, di cui aveva condiviso le idee e le iniziative, a dir poco rivoluzionarie, che avevano spaccato la Democrazia Cristiana.
“Amo il mio paese” era la frase che amava ripetere quando qualcuno gli chiedeva se veramente valesse la pena combattere e in compenso continuare a subire denigrazione, calunnie e ingratitudine.
Chi gli è stato vicino negli anni ricorda la grande caparbietà con cui perseguiva gli obbiettivi che si prefiggeva per la crescita del paese e per il bene dei suoi concittadini, non c’era porta che rimanesse chiusa alle sue richieste, alla Regione come nei Ministeri a Roma e non solo, politici e funzionari difficilmente riuscivano a resistere alla sua ostinazione. Allo stesso modo la sua porta non rimase mai chiusa a nessuno che gli chiedesse qualsivoglia forma di aiuto senza distinzione di stato ma soprattutto di parte politica; pur non essendo esente di difetti, peccatore come qualunque altro uomo, la cifra e la misura del suo operato restarono sempre la disponibilità e la generosità. Vivendo intensamente le campagne elettorali di quei tempi, straripanti furore, malignità e risentimento, era piuttosto facile farsi nemici, ricevere offese e sgambetti, essere oggetto di odio e rancori che sembravano inestinguibili, ma, come sapevano fare allora, finita la campagna elettorale si dimenticava tutto e si tornava a dialogare e, laddove “il nemico” era refrattario alla pacificazione, interveniva il suo spirito cristiano; negli ultimi anni aveva voluto perdonare anche chi l’aveva continuato a trattare come il nemico, dopo avergli avvelenato gli ultimi anni di attività politica, dicendo “Devo andarmene in pace, non voglio mantenere rancore verso nessuno”. La sua fede profonda e sincera, il suo rapporto amorevole fino alla tenerezza per la Chiesa, l’Eucarestia e la Madonna, il suo amore premuroso per la famiglia e la benevolenza per tutte le persone, sono stati messi bene in evidenza dall’omelia del parroco don Carmelo Cosenza che, pur avendolo conosciuto solo negli ultimi anni della sua lunghissima vita (si è spento a quasi 97 anni), ne ha tratteggiato il ritratto che ogni buon cristiano desidererebbe poter mettere nel proprio testamento.

F. Ciantia