giovedì , Gennaio 28 2021

A Piazza Armerina e Calascibetta “Orfeo dè pazzi”, regia e coreografia Aurelio Gatti

“Orfeo dè pazzi”, regia e coreografia di Aurelio Gatti, musiche di Michel Audisso al clarino, Marcello Fiorini alla fisarmonica e Lucrezio De Seta alle percussioni. Inscena Gianna Beduschi, Paola Bellisari, Monica Camilloni, Nicola Simone Cisternino, Annalisa D’Antonio, Gioia Guida, Giuseppe Bersani e la partecipazione di Ernesto Lama e Elisa Turlà.
27 luglio – chiesa di Sant’Ippolito a Piazza Armerina
30 luglio – necropoli realmese a Calascibetta


Nel settecento tra illuminismo e progressismo quando il filosofo subentrava allo scienziato e viceversa‚ quando la stessa scienza si divideva tra nuova applicazione e coscienza dell’essere‚ pratica frequente era lo studio della mente umana e delle sue manifestazioni. In una serie di scritti inediti ritrovati nell’Archivio Napoletano‚ è emerso che – antesignani del moderno psicodramma e della danza terapia – era in uso la pratica di mettere in scena con i malati d’animo (folli‚ schizofrenici‚ melanconici o semplici disadattati comunque ospiti del manicomio) drammi e commedie deducendo da questa pratica un recar sollievo al malato.
Partendo da questa ispirazione è stato intrapreso un lavoro in cui teatro, danza e musica si incontrano per dar vita ad una azione corale di messa in scena attraverso quell’opera che per molti è considerata il primo dramma per musica e pantomima dell’età rinascimentale ovvero la Fabula di Orfeo dell’Agnolo Poliziano.
Oltre i confini della memoria dichiarati dalla tradizione‚ è possibile riconoscere il mito‚ farlo rivivere nella pienezza della sua forza‚ scevro dalla sterilità della citazione e dell’imitazione sia essa sotto forma di fenomeno di costume o di credo di un ristretto nucleo marginale?
Vi sono zone limite nelle quali ci sembra di poter raggiungere l’obiettivo‚ dove tutto si impasta in una sorta di desiderio ancestrale ed il ricordo si fonde con l’esigenza stessa dall’affermazione quotidiana – quasi la verifica di un codice genetico sul quale s’innesta il futuro. L’esperienza del nonno passata al nipote‚ l’iniziazione dell’adepto rivelata dal guru‚ il viaggio proibito con lo sciamano‚ sono i quadri consequenziali e vibranti dell’interminabile “piece” giocata sul palcoscenico della storia: gli avvenimenti‚ eroismi singolari e nascosti che alla radice traggono linfa e alimento per la rigenerazione. Forse solo in questa chiave ci sembra che il mito possa concretizzarsi ed in un costante presente offrire l’emozione primigena con uguale intensità. Ma anche in questa condizione‚ sapremmo riconoscere la autenticità del mito‚ accettarne la sublimazione? Nemmeno Orfeo‚ che dagli albori della narrazione continua infaticabile il suo viaggio e il suo canto d’ amore e di morte sfugge a questa condizione‚ sfidando il tempo e tentando di riprodursi nell’eterna catarsi. Le parti sono assegnate da sempre‚ i ruoli assunti. Tutto è pronto. S’attende l’arrivo del prossimo inconsapevole ospite dell’ennesimo Orfeo – l’ultimo in ordine temporale -per dar vita alla rappresentazione. Una funzione antica‚ rubata alla classicità ‚ ad un Poliziano sospeso tra segno della tradizione e poetica dell’origine.
L’imprescindibile cerimonia d’iniziazione segna il riconoscimento e l’appartenenza al clan. Alla rappresentazione tutti aderiscono. Si attende l’arrivo del nuovo Orfeo. All’occasione è sufficiente un giovane‚ a patto che sia esterno al gruppo‚ al di fuori dalle misure e delle conoscenze del gruppo stesso. Nell’esasperazione simbolica si officia il rito come esige la consuetudine ma, nella dichiarata tensione e nella manifesta autenticità‚ Orfeo perde ogni allusione‚ la fisionomia allegorica si disperde facendo riesplodere una coscienza indesiderata. L’evocazione assume allora una contemporaneità insospettata: la rappresentazione non filtra più alcun meccanismo dell’animo umano e la stessa innocenza diviene un piccolo argine di fronte all’incalzare di una memoria altra‚ assopita‚ nascosta. Una volta ancora- inesorabilmente – e come per altro richiesto dalla tradizione‚ c’è bisogno della vertigine baccanale per trovare soluzione a un paradosso: la vita che si incontra con la sua rappresentazione. Sarà Orfeo a perdere la vita‚ dilaniato‚ ammazzato dallo stesso clan che non lo riconosce. Ci sarà la festa ebbra per la conclusione. Tutto si svolge in un’ala manicomiale – i matti fanno tutte le parti – i musici sono pagati durante l’ esecuzione‚ un factotum e una cantante improbabile: Orfeo – il poeta‚ il cantore è il più innocente degli avventori‚ un bimbo che porta il caffè.