sabato , Gennaio 23 2021

Calascibetta: Ernesto Lama alla Necropoli di Realmese

Calascibetta. Si è  chiusa ieri sera la rassegna del circuito Teatri di Pietra nella necropoli di Realmese, dopo “Rosario” di Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte, “L’altro figlio”di Orazio Torrisi, e in ultimo “Orfeo de’ pazzi”, opera per musica, danza e coro,  di Aurelio Gatti. L’opera, che prende spunto da Agnolo Poliziano,  è stata riproposta dopo molti anni, per rafforzare il messaggio di assunzione di consapevolezza di qual è la realtà che ci circonda e come ognuno sia in grado di gestirla e migliorarla. La regia e la coreografia dell’opera sono di Aurelio Gatti. le musiche dal vivo eseguite da: Michel Audisso, Marcello Fiorini e Lucrezio De Seta. Gli interpreti sono: Paola Bellisari, Monica Camilloni, Nicola Simone Cisternino, Annalisa D’Antonio, Rosaria Iovine, Gioia Guida, Giuseppe Bersani, e con Ernesto Lama e Simonetta Cartia.

Ernesto Lama debutta a teatro, a 13 anni con “Festa di Piedigrotta” di Roberto De Simone, prosegue con maestri come Mauri, Gatti, Pugliese, Scaparro, Giuffrè,  approda al cinema e alla televisione  affrontando  il genere della commedia; è attualmente in tournèè con “Orfeo de pazzi”.

Ti definisci “giovane anziano”, il debutto avviene a 13 anni Com’è avvenuto questo precoce incontro con il teatro, e con maestri come De Simone appunto, Glauco Mauri, Mario Scaparro, Aurelio Gatti?

Questi incontri li definirei dei miracoli  io, mi sono sentito adottato dal teatro e da ognuno di questi registi menzionati. Se credi in quello che fai qualcosa accade sempre,  non basta il talento anche s’è d’aiuto. Questi maestri mi riportano ai miei esordi, e a come io sia cresciuto con il teatro come persona e come professionista, ma in tutto questo, io ho voluto molto.

Con “Filumena Marturano” su Rai Uno, hai portato il teatro in tv, a cosa si deve tale scelta e qual’è la reazione del pubblico?

Le  cose che sono state fatte in passato seppur depositate poi in memoria se sono ancora attuali, vanno riprese. Quando in un testo c’è  modernità non c’è motivo per rinunciare a riprenderlo.  A fine mese per esempio, cominciamo a girare la terza commedia  “Questi fantasmi” e ritengo  l’operazione di portare il teatro in televisione vincente; non fosse altro che 7 milioni di spettatori vedono il teatro in prima serata a Rai Uno. Oltre che una riproposizione storica è anche un’occasione per approcciarsi al teatro con il mezzo di comunicazione attualmente più forte.

In qualità di “giovane anziano” , come lo vedi mutato il teatro nella gestione pubblica e privata?

Il teatro è per gran parte politicizzato, però ci sono molte persone, forse un 50%,  che si mettono al servizio del teatro e  quindi cercano nuove strade, nuovi stimoli. C’è in tutto questo malcontento l’entusiasmo di fare cose, di proporre novità e di non farsi manipolare da nessuno.  E questo ci stimola ad andare avanti con fiducia.

Quindi il pubblico cosa chiede?

Purtroppo chiede sempre più spesso di passare due ore in modo spensierato, ed è giusto, ore che  possono venire  impiegate anche  riflettendo e non solo ridendo- la televisione non ci aiuta, e nemmeno il cinema in questo momento- Il teatro diventa sempre più la cenere di domani, e diventa difficile proporre cose nuove. Oltre la risata, l’intrattenimento, basterebbe poco per far avvicinare la gente alla cultura, al pensiero e all’ironia e non alla risata grassa che non sempre lascia  ricordi ed emozioni incisive. Ci toccca dare al pubblico ciò che non chiede per soddisfarlo realmente.

“Orfeo de pazzi” torna in scena dopo più di 10 anni, qual’è la nuova lettura dello spettacolo e cos’è mutato nel tuo rapportarsi ad essa?

Lo spettacolo in sè non è mutato, come stavamo 10 anni fa stiamo oggi, anzi, un pò peggio. Oggi per me il messaggio è più consapevole, per esempio che Orfeo va all’inferno a riprendere Euridice. Il concetto è: Orfeo va all’inferno, ma che ci resti, perché sta meglio lui all’inferno che noi su questa terra. Stiamo talmente rovinando quello che ci circonda che il vero inferno è ora la terra stessa

 

Livia D’Alotto

Photo Maria Catalano