sabato , Gennaio 23 2021

Economisti e sociologi individuano gli ostacoli allo sviluppo delle zone interne del Mezzogiorno

sviluppo MezzogiornoDi ostacoli allo sviluppo delle zone interne del Mezzogiorno, economisti e sociologi ne hanno individuato diversi. E’ opinione comune di economisti e sociologi che un ostacolo allo sviluppo delle zone interne del Mezzogiorno siano il ceto politico locale in particolare e la classe dirigente in generale.
Nel “Rapporto sulla situazione socio-economica e le prospettive agricole di tre paesi montani della Sicilia” (Roma, 1965), che sono Troina, Cerami e Gagliano, il giudizio dei ricercatori dell’Università gregoriana è severo: “Perfino gli uomini più aperti, le persone più in vista non sono abituati a pensare in modo sistematico sulle condizioni di vita dei loro paesi…I dirigenti della comunità non hanno soluzioni da offrire. Le modificazioni strutturali non sono più alla portata delle élite locali, e richiedono strumenti di intervento che eccedono di gran lunga le possibilità di tali élite”. Più severo è il giudizio di Manlio Rossi Doria (“Scritti sul Mezzogiorno”, Torino 1982): “Le forze sociali, le forze di lavoro rimaste oggi nelle zone interne non sono capaci di farsi promotrici di tale processo di rinnovamento. Analogamente non possono esserlo gli organi locali, ossia i Comuni impoveriti nelle strutture e perfino nelle più elementari funzioni amministrative. Piaccia o dispiaccia questa è la realtà…Ma l’ostacolo principale alla formulazione, all’avvio e alla realizzazione di una politica di sviluppo nelle zone interne è rappresentato dall’attuale classe dirigente piccolo borghese che ha il mestolo in mano nelle zone interne…una classe dirigente non moderna ed incapace di portare civilmente l’ordinaria amministrazione e certamente ancora più incapace di avviare e realizzare un processo di rinnovamento e di sviluppo. E’ questo, quindi, il primo dato della situazione che bisogna avere il coraggio di cambiare. Ma chi lo cambierà?”. Dal rapporto di ricerca condotta nel 1999 dal Consorzio AASTER per conto del Formez sul patto territoriale di Enna leggo che “la cultura di riferimento della classe politica attuale e della cittadinanza continua ad essere per certi versi ancora assistenziale e clientelare, e non si muove nella direzione di rendere efficace ed efficiente la pubblica amministrazione degli enti locali presenti nel territorio provinciale”. Esauritasi l’esperienza dell’intervento straordinario nella seconda metà degli anni ’90, l’obiettivo e l’idea di fondo dei patti territoriali promossi dal Cnel sotto la guida di Giuseppe De Rita traevano spunto dalle politiche regionali europee, da una riflessione sui distretti e dai nuovi studi sul Mezzogiorno che mettevano in evidenza l’esistenza anche in questo contesto di sistemi locali di piccole imprese. L’obiettivo era di stimolare la mobilitazione e la responsabilizzazione delle forze locali attorno a progetti integrati di sviluppo del territorio. L’idea di fondo era quello di promuovere la crescita del capitale sociale relazionale, cioè di forme di cooperazione efficace tra soggetti pubblici e privati, come strumento di sviluppo locale. Tutto questo avrebbe dovuto favorire la realizzazione di beni e servizi collettivi atti a sostenere la crescita di determinati settori produttivi a livello locale. Così come era accaduto con la Cassa del Mezzogiorno prima, anche con la nuova programmazione dei patti territoriali i risultati si sono rivelati inferiori alle attese. La spiegazione che ne dà Carlo Trigilia rimanda alle caratteristiche del ceto politico locale e della classe dirigente in senso lato perché “la nuova programmazione ha dovuto sempre convivere con la preferenza di settori consistenti di tutto lo spettro politico – oltre che del mondo imprenditoriale e della cultura economica – per politiche di incentivazione e di sostegno individuale alle singole aziende piuttosto che di promozione di beni collettivi per qualificare i territori, malgrado la sua impostazione teorica si qualificasse proprio per la centralità dei beni e servizi collettivi”. Per impostare politiche di sviluppo locale delle zone interne che producano risultati apprezzabili, è necessario spezzare questo circolo vizioso costituito dal rapporto di influenza reciproca tra una politica locale che basa il suo consenso sulla distribuzione di benefici particolari e una debole cultura civica che non fa altro che caricare di domande particolari la politica locale.

Silvano Privitera

Riprendiamo e pubblichiamo dal quotidiano La Sicilia