giovedì , Febbraio 25 2021

Nicosia. Io taglio, tu tagli, egli taglia e la Diocesi invoca attenzione ma chiude il seminario

nicosia seminario vescovileNicosia. I “Tagli”, quelli con la T maiuscola, non risparmino alcun Ente e istituzione e anche la Chiesa mette in atto la spending review. lo ha fatto Papa Bergoglio, che già lo scorso aprile, come riportato dalla stampa nazionale ha dato indicazioni alla Cei: «Sono troppe 226 diocesi in Italia. Quindi, tagliate”. L’indicazione, Papa Francesco la diede nel primo incontro con i vescovi italiani, nella Basilica di San Pietro, “Il numero delle diocesi è ancora tanto pesante”. Attualmente in Italia sono 226, troppe per Bergoglio, soprattutto se confrontate con quelle di altri Paesi come la Francia, dove ce ne sono 100, oppure la Spagna, che ne conta appena 70 o addirittura il Brasile dove ve ne sono 268 ma per un territorio che è trenta volte superiore a quello italiano. C’è una commissione e c’è già una bozza di revisione presentata alla Congregazione dei vescovi. Nessuna indicazione certa, solo indiscrezioni sui parametri che dovranno essere adottati per i tagli, che sono estensione territoriale, numero di “anime”, costi di mantenimento della diocesi, ma anche il numero dei sacerdoti “del territorio”. Sulla base di queste linee la Diocesi di Nicosia, con circa 80 mila “anime” sarebbe una di quelle che verrebbero soppresse. Intanto la Diocesi di Nicosia  sui tagli alle spese si è, come si sul dire, “portata avanti con il lavoro” ed ha chiuso il Seminario diocesano di Nicosia, ritenuto “troppo dispendioso”. Una operazione che ricorda molto da vicino quella recente e ancora dolorosissima del ministero della Giustizia che a Nicosia, ha soppresso il tribunale e chiuso il carcere, che di fatto ed in concreto,  non sono le sole misure di “spending review” che hanno colpito la città, innescando una crisi economica ed occupazionale che non ha eguali nella storia nicosiana. La Diocesi di Nicosia, già dal settembre 2013 ha avviato una politica di risparmio  con la chiusura del Seminario Vescovile. Una politica che, come tutte quelle che prevedono tagli, ha comportato la perdita del posto di lavoro di almeno 6 persone, ma ha anche stroncato un fiorente indotto. Il Seminario di Nicosia ha chiuso perché è stata scelta la sede di Centuripe, dove è stato aperto il nuovo seminario diocesano. Il Seminario era, però, anche una grande struttura ricettiva e culturale, intorno alla quale gravitavano migliaia di persone ogni anno. Pellegrini, gruppi di preghiera, raduni religiosi, gruppi di catechesi. Per avere un’idea del numero di persone che si riunivano al Seminario, vi pernottavano, facevano tre pasti, basti pensare che solo Nicosia ha 4 gruppi neocatecumenali per parrocchia. Questi si riunivano periodicamente per 3 giorni, come anche i gruppi di catechesi per adulti. Durante questi raduni, che si svolgevano a Nicosia anche per i gruppi di preghiera dei Comuni vicini e che periodicamente era sede di incontri regionali, lavoravano a tempo pieno al seminario 2 cuochi, una amministratore, due operai, venivano assunti camerieri e, soprattutto, il necessario per preparare colazioni, pranzi e cene, veniva acquistato da fornitori del posto. Il Seminario era però anche riferimento per manifestazioni culturali, presentazioni di libri, incontri e congressi politici e per anni è stata la sede dei corsi di aggiornamento e formazione  dell’Ordine degli avvocati. La sala veniva affittata e i partecipanti a raduni religiosi pagavano una quota di partecipazione, quindi la struttura per quanto imponente e con costi di gestione elevati, si auto finanziava e dava lavoro ai dipendenti, agli stagionali, ai fornitori, creando un fiorente indotto. I lavori di adeguamento alle esigenze ricettive, erano stati finanziati dalla Provincia con fondi per circa 5 miliardi di vecchie lire erogati nel 2000. Fondi pubblici che vennero concessi dalla Provincia proprio per attivare un indotto occupazionale a Nicosia. Attualmente i gruppi di preghiera di Nicosia tengono i raduni a Cefalù con un costo di 80 euro a persona, dei quali il 50% coperto dalla Curia, che a pochi passi dal Seminario sta realizzando la residenza estiva per sacerdoti anziani. I risparmi  potrebbero non essere così vantaggiosi perché, a parte le conseguenze occupazionali su tante famiglie, la struttura non avendo più finalità di culto, dovrà pagare, si spera, l’imposta sugli immobili magari in modo da rendere un po’ più materialmente concreto il contributo ad alleggerire i poveri cittadini tassati e tartassati. La lettera, o meglio la seconda lettera del vescovo Salvatore Muratore al prefetto di Enna, denuncia con grande forza evocativa gli effetti dei tagli sull’economia della città e sulla qualità della vita dei cittadini, ma certo per chi segue le vicende con l’occhio del giornalista, il retrogusto amaro è immancabile. Per prima cosa la seconda lettera è una invettiva sul mancato finanziamento del lotto C1 della strada Nord Sud che, quindi avrebbe dovuto essere, semmai, inviata al presidente della Regione Rosario Crocetta ed alla sua giunta, responsabili del taglio della quota parte da 170 milioni che la Regione avrebbe dovuto co-finanziare. Cosa può fare il prefetto, se non rispondere per cortesia istituzionale e sicuramente personale? Nulla, come nulla può fare l’Angelino nazionale catapultato negli ultimi governi dalla natia Agrigento, al secolo ministro degli Interni Alfano, che potrà liquidare la questione con più o meno stile, ma sempre rimandando al Governo Crocetta.  Il tribunale non c’è più, il carcere non c’è più, il seminario non c’è più e non c’era più già prima di tribunale e carcere, chiuso nella logica del risparmio che – si perdoni il gioco di parole – non risparmia alcuno, ultimo Crocetta ed il suo Governo che quei 170 milioni per la “strada dei due mari”, non trovano in cassa.   Secondo aspetto la diocesi ha fatto la sua parte nei tagli e nel depauperamento del territorio, perchè se il seminario non aveva lo stesso impatto di un tribunale o di un carcere, muoveva, comunque economia e creava, comunque lavoro.  Il retrogusto amaro deriva anche dall’appiattimento della società civile nicosiana che conserva quello che può apparire come una sorta di timore reverenziale  verso l’autorità ecclesiale, che in realtà è piuttosto il genetico vezzo di non esporsi di far finta di non vedere, plaudendo anche al mancato “esame di coscienza” che ciascun buon cattolico dovrebbe fare prima di cercare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, ignorando la trave che ha nel proprio.

 

 

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