Tra i quattro dipendenti ditta Bonatti rapiti in Libia, Filippo Calcagno è di Piazza Armerina

Striscione appeso dai colleghi in Libia (Facebook)

Striscione appeso dai colleghi in Libia (Facebook)

Quattro italiani, dipendenti della societa’ di costruzioni parmense Bonatti, sono stati rapiti in Libia, nei pressi dell’impianto della ‘Mellitah Oil & Gas’, a ovest di Tripoli, quasi al confine con la Tunisia. Si tratta di Gino Tullicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla. Due sono originari delle province di Enna e Siracusa, uno della provincia di Roma e un altro della provincia di Cagliari.
Filippo Calcagno, è di Piazza Armerina, ha 65 anni, ed ha girato il mondo come tecnico Eni prima di lavorare per la Bonatti. L’uomo è sposato e ha due figlie. E probabilmente proprio una di queste al telefono all’Ansa ha detto: “Scusate ma non possiamo dire nulla”. “Non possiamo dire nulla”, sono le uniche parole della figlia di Calcagno: da sempre ha lavorato come tecnico specializzato in giro per il mondo. La famiglia è chiusa in casa, e attende comunicazioni dalla Farnesina, evitando qualunque dichiarazione.
Il sequestro e’ avvenuto domenica, mentre il gruppo dalla Tunisia rientrava in Libia ed era diretto verso l’impianto petrolifero e gasiero che esporta anche verso l’Italia. Per ora non c’e’ stata alcuna rivendicazione. La procura di Roma ha gia’ aperto un’inchiesta. Il caos nel Paese, dove da mesi si contrappongono due governi rivali – il Congresso nazionale di Tripoli e il governo riconosciuto di Tobruk – tornano a investire prepotentemente l’Italia. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha garantito tutto l’impegno del governo e dell’intelligence. Ma non ha nascosto che “e’ sempre difficile dopo poche ore capire la natura, i responsabili” di un rapimento. “E’ una zona in cui ci sono anche precedenti. Al momento ci dobbiamo attenere alle informazioni che abbiamo e concentrarci sul lavoro per ottenerne altre sul terreno,” ha aggiunto, sottolineando che il governo “e’ impegnato per cercare di trovare” i sequestrati. Il titolare della Farnesina trova pero’ nella notizia del sequestro “la conferma del fatto che e’ pericoloso restare in quel Paese”. Questo, ha aggiunto, “non diminuisce in nulla l’assoluto impegno dello Stato di soccorrere questi nostri quattro connazionali, ci mancherebbe”.
Secondo al Jazeera, i quattro sono stati sequestrati da elementi vicini al cosiddetto “Jeish al Qabail” (L’esercito delle Tribu’), le milizie tribali della zona ostili a quelle di “Alba della Libia” (Fajr) di Tripoli, in un’area -il villaggio di al Tawileh, vicino Mellitah- che fino a poco tempo fa era teatro di scontri e che solo di recente si e’ calmata dopo la tregua sottoscritta dalle milizie tribali e da quelle di Alba della Libia. I quattro sarebbero poi stati trasferiti verso sud.
L’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini, ha sottolineato che l’Ue “continua a sostenere la formazione di un governo di unita’ nazionale nella speranza che possa accadere presto e, in particolare, che la fazione di Tripoli vi si unisca rapidamente”. Sulla stessa lunghezza d’onda Gentiloni, che ha auspicato una stabilizzazione in tempi rapidi: “Sappiamo che che sono stati fatti in avanti, ci auguriamo che anche componenti di Tripoli si uniscano all’accordo che e’ stato raggiunto”.
Intanto, l’Isis ha rivendicato il rapimento di tre migranti cristiani nella zona orientale della Libia. Le persone rapite sono un cittadino egiziano, uno nigeriano e un ghanese. A rivelarlo e’ stata la stessa organizzazione terroristica in un messaggio apparso su internet nel quale vengono mostrate le immagini dei passaporti dei tre rapiti. Secondo il portavoce militare del governo di Tobruk, Mohammad al Hejazi, il rapimento e’ avvenuto nell’area di Noufliyah, una delle roccaforti dell’Isis situata a sud est della citta’ di Sirte.

Foto: Striscione appeso dai colleghi in Libia (Facebook)

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redazione-vivienna