giovedì , Gennaio 28 2021

Gagliano. Le novene di Natale raccontate dal novantaquattrenne Giuseppe Raffino

Gagliano. Tra pochi giorni ha inizio la novena di Natale, periodo preparatorio intriso di riti religiosi e popolari. Uno degli uomini più anziani del paese, il novantaquattrenne Giuseppe Raffino, ricorda come questo periodo, fortemente significativo per i cristiani, fosse vissuto negli anni della sua giovinezza, tra fede e riti ormai scomparsi. Negli anni Trenta e Quaranta, a partire dal 16 dicembre, alle cinque del mattino, suonava la campana della chiesa Santa Maria di Gesù per annunciare l’inizio della novena. La stessa si celebrava anche alle otto di sera. I fedeli si recavano in chiesa con le lanterne, non esistendo ancora la corrente elettrica. Raffino ricorda con precisione la data del 4 novembre 1934, giorno in cui arrivò per la prima volta l’energia elettrica a Gagliano. L’impianto fu realizzato dai fratelli Vasta. Fino a quel momento esistevano solo venti lampioni a petrolio in tutto il paese. L’arrivo dell’elettricità fu un momento storico di grande gioia e festa generale, in cui tutti si radunarono per assistere con stupore al prodigio. Per la novena, gli anziani cantavano al Santo Bambino. Fuori c’erano quattro postazioni, dove ancora oggi sono visibili delle edicole votive (piazza Ungheria, piazza Matteotti, piazza Monumento e nei pressi dell’odierna piazza Grippaldi), in cui si sostava per cantare e “zu” Nunzio Crisafi suonava la zampogna. A partire da giorno 16 le donne cominciavano a preparare i dolci tipici della tradizione: “gnucchitti, ‘nfasciatieddi, salsamelli”, che dovevano essere pronti per la sera del 24. La vigilia di Natale ci si radunava in piazza Monumento e si mangiava della frutta secca. Poi ci si recava alla Matrice. Al termine della celebrazione, si tornava in piazza Monumento per fare “u zuccu di Natale”: gli anziani bruciavano mucchi di legno e arrostivano carne e salsiccia, accompagnate da olive e noci. Per il pranzo del 25 si mangiava pasta di casa con sugo di maiale. Anche il 26 si festeggiava con ciò che rimaneva del giorno prima; ma nei giorni successivi ci si rivolgeva ai “mercanti”, ovvero agli usurai, perché si erano esaurite le scorte di grano e farina.

Valentina La Ferrera