domenica , Novembre 28 2021

San Giuseppe a Leonforte: “U Traficu”

Leonforte. Il primo venerdì di marzo si nettano le mandorle e i legumi per “l’artaru”. Così vuole la tradizione, che a Leonforte intende la tavolata come “artaru” appunto. L’altare in onore di San Giuseppe sistemato nella stanza più grande della casa, che fa di quella casa una chiesa. Tutto sulla tavolata di San Giuseppe, il consolo della “Bedda Matri” vedova del suo sposo, è simbolo della Trinità e richiamo ai culti ancestrali insinuati nei riti cristiani e per ciò eterni, tutto è frutto di sacrificio e lavoro: Traficu.
Il traficu delle donne che si riuniscono per mondare, cuocere e “abbirsare” l’altare, come sacerdotesse devote alla natura che rinasce e offre i suoi frutti. Agli uomini spetta l’approvvigionamento di cardi e finocchietti selvatici o anche la preparazione dei fuochi su cui poggeranno i calderoni per la cottura di enormi quantità di verdure di campo. I cardi ripuliti dalle mani delle anziane, che ammoniscono e rivedono il lavoro delle giovani. I finocchietti tagliuzzati e impastati con acqua e farina e il pane. Il pane lavorato con i simboli del vangelo. Ogni cosa di quel pane racconta la Parola e la tavolata era infatti anche “duttrina” ossia vangelo vivo per chi il vangelo non leggeva. La “Cuddura” di San Giuseppe è la più ricca di simboli del lavoro manuale: ascia, serra, martello, chiodi. Era artigiano San Giuseppe, aveva le mani callose di chi col lavoro suo porta il pane a casa. E a lui il traficu è gradito ed è per avere la grazia o ringraziare per la grazia ricevuta che si fa l’artaru.
Leonforte è devoto a San Giuseppe e in nome suo riesce a farsi comunità, stringendosi attorno alla padrona di casa, che ha fatto la promessa al santo. Il traficu merita rispetto perché celebra il lavoro, che trasforma il frutto della terra in cibo per l’anima e il corpo. Il traficu merita rispetto perché accomuna e arricchisce, ora et labora e poi condividi il pane con tutti. Nel XIII secolo, sant’Edmondo di Abingdon sintetizzò la tradizione autentica del motto in alcuni versi che Garcia Cisneros, abate di Monserrat, avrebbe citato nel XVI secolo in due occasioni.
La parte finale del componimento suggerisce un rimedio contro la noia: ORA ET LABORA.