giovedì , Gennaio 28 2021

Gagliano Castelferrato: illacrimata sepoltura

Quando frequentavo il liceo classico, il professore di Lettere ci pose davanti ai componimenti di Ugo Foscolo. Oltre ai celeberrimi Sepolcri, ricordo quella madre mesta che “or sol, suo dì tardo traendo / Parla di me al tuo cenere muto”. E subito salta all’occhio questa importanza della tomba, non come qualcosa di passivo, ma tramite, conforto e strumento affinché chi è vivo possa ancora sentire vicino e presente chi non è più su questa Terra. È quella “eredità di affetti” che permette a chi muore di continuare a vivere attraverso i ricordi e quella “corrispondenza di amorosi sensi” che solo il sepolcro, la tomba, il cimitero può dare. Anche la letteratura degli antichi Greci si è molto soffermata sulla morte e la tomba, soprattutto la degna sepoltura, quale segno di civiltà e tramite tra vita e morte (facile richiamare la “Antigone” di Sofocle). Anni, secoli e millenni sono passati con questo sempre eterno bisogno di capire e scoprire cosa c’è oltre la morte, con accanto il bisogno del conforto tra la morte e la vita. Una tomba che serve al morto tanto quanto al vivo per non recidere quel legame indissolubile e affettivo che collega i due mondi così diversi ma così complementari. Ed è quindi triste dover sentire storie in cui, quasi respirando l’atmosfera di Antigone o del trattato di Saint-Cloud napoleonico, questo legame viene offuscato per chissà quale ragione.
Abbiamo incontrato un signore distinto, abitante della cittadina di Gagliano Castelferrato, il quale ci ha raccontato una storia che merita tanto rispetto. Questo signore ha un figlio colmo di tante speranze. Figlio del Sud e di questo entroterra Siciliano che sogna e vede l’Eldorado nel Nord. Si sposa. Emigra.

E siccome, purtroppo, la realtà difficilmente ci fa apporre quel fiabesco “e vissero per sempre felici e contenti”, un giorno questo ragazzo diventa uno di quei tanti, sfortunatamente innumerevoli, martiri del lavoro. È difficile, ovviamente, comprendere il dramma familiare vissuto, pensando che come sempre lo Stato è assente e di questi episodi ogni tanto si ricorda qualche sciacallo per chiedere voti e strumentalizzare la cosa. La beffa. Ma non è questo il motivo che ci spinge a scrivere (magari lo approfondiremo in un altro).
Interessa quel legame tra i vivi e i morti: la tomba e il cimitero. Immaginate questo padre, immaginate questa madre, ma immaginate anche la moglie che ha perso il marito, il fratello che ha perso la giovane sorella, il figlio che ha perso la madre e il padre. Comprendete bene che ognuno ha bisogno, chi più chi meno, di ritrovare questo legame con chi non c’è più.
E come, se non attraverso una visita al cimitero? Poi, ovviamente, c’è chi sente maggiormente il bisogno di andare più spesso, magari ogni giorno. Soprattutto, pensando a questo padre, i giorni di Natale e Capodanno, quelle feste che si passano in famiglia. Dove quindi è forte il bisogno di ricongiungersi anche solo spiritualmente ai propri cari. Immaginate, anzi no, sappiate, che a questo padre, e come a questo padre potremmo dire a queste madri, mogli, figli, fratelli e sorelle, è stato negato questo diritto. Perché chissà per quale motivo, spero non per soldi o perché qualcuno potrebbe pensare “ma tanto chi va a Natale al cimitero?”, quei giorni il cimitero è stato chiuso.
Nulla è valsa una protesta anche scritta. In quei giorni, a Gagliano, così ci è stato riportato da questo signore con le lacrime che gli uscivano dagli occhi, la sepoltura è rimasta illacrimata. Stupisce una cosa in tutto ciò: sentendo queste persone che hanno già subito tante ingiustizie nella vita, nulla importa di ciò a cui diamo peso tra cui la presenza del conforto dello Stato o di un cimitero che, se vedete le foto, non risulta certo l’apoteosi della cura, e della giustizia. “Quale giustizia? – dicono – potrà riportare indietro dalla morte?”. A loro importa prima di tutto poter stare accanto, come quella madre foscoliana, al proprio defunto, per tenere ancora viva quel legame, perché anche morendo in terra straniera, “l’ossa mia rendete allor al petto della madre mesta”. E ciò, si vuole sperare, non sia questione di politica o di moneta. Perché, altrimenti, vien da pensare che i veri morti possono anche camminare e dire “ma tanto chi va a Natale al cimitero?”.

Alain Calò