lunedì , Gennaio 25 2021

Università Popolare Leonforte: Foibe, metamorfosi di un termine

Le foibe, cavità naturali di origine carsica estese lungo l’Istria e la Venezia Giulia, sono dette anche Dòline, dallo slavo/croato dòla ossia valle. Il termine foiba è passato dall’ambito geografico a quello culturale, arenandosi spesso in sterili divisioni partitiche. L’Università Popolare ha voluto trattare questo tema con onestà intellettuale. Le foibe sono diventate fra il 1943 e il 1947 un sepolcro per migliaia di persone a opera degli jugoslavi titini e dell’OZNA ( polizia segreta di Josip Broz, nome di battaglia Tito). Secondo alcune fonti i morti furono tra i quattromila e i seimila. In realtà le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno di 20mila e 250mila vennero costretti a lasciare le proprie case. Gli infoibati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi e schierati sugli argini delle insenature quindi si sparava ai primi tre o quattro della catena che precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri. Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza. Le foibe furono la risposta dei titini agli ustascia (fascisti) che durante il secondo conflitto mondiale e prima dell’8 settembre amministrarono quei territori con durezza, imponendo l’italianizzazione secondo il modello fascista. Così si italianizzarono i nomi propri e la toponomastica e si represse ogni diversità culturale ed etnica. La repressione divenne più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni nei campi di concentramento nazisti e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi. Nel 2004 con la legge Menia (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta) venne istituito il “Giorno del Ricordo” che però viene ancora strumentalizzato a fini propagandistici così Salvini a Basovizza il 10 febbraio scorso ha condannato il nazismo e il comunismo, ma non il fascismo e Tajani con il suo: “Viva Trieste, viva l’Istria e la Dalmazia italiane!” ha meritato l’ira del premier croato Andrej Plenkovic. La storia pretende la verità.

Gabriella Grasso