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Vita e morte al tempo del Kovid19 ad Aidone

Aidone 24.03.2020. Moltissimi aidonesi ieri sera si sono uniti in preghiera davanti ad uno smartphone o ad un pc e hanno acceso una candela, oggi a mezzogiorno ancora si sono ritrovati a recitare una preghiera mentre una donna molto conosciuta ed apprezzata, la maestra Lia Evola, stroncata la notte del 22 da un infarto, veniva accompagnata dai suoi soli famigliari al cimitero. Un mesto ufficio, una breve benedizione della salma e via, i cancelli del cimitero si sono di nuovo serrati alle loro spalle. Oltre un migliaio di persone si è collegato in diretta facebok per la messa in suffragio celebrata nella Chiesa di Santa Maria La Cava da don Carmelo Cosenza; da Aidone e da qualunque parte del mondo, dove ci sia un aidonese, sono arrivate le condoglianze e la sincera partecipazione al dolore dei famigliari per questo evento che è ancora più luttuoso perché non trova il conforto corale: quei saluti, abbracci, baci che a volte possono apparire fastidiosi ma che sono il primo passo nella elaborazione del lutto, nel prendere coscienza che quanto è accaduto non è solo un brutto sogno ma una mancanza, un vuoto con il quale dovranno convivere per il resto della vita. E tutto ciò invece deve essere vissuto nella più grande solititudine. Questo è ancora più terribile nelle aree del nord focolaio del Coronavirus, dove la gente continua a morire con “tutti i sensi”, cosciente di quanto sta accadendo, nell’isolamento totale interrotto da medici e infermieri bardati come astronauti, senza che nessun caro possa tener loro la mano, consolarli, accompagnarli. E i parenti? Costretti, per sapere qualcosa sulle condizioni dei loro cari, a rincorrere attraverso il telefono infermieri e medici troppo stanchi o disperati per potere rispondere, finché non arriva la telefonata fatale che li invita a trovare una soluzione, per trovare una qualunque sepoltura al parente già composto nella bara che riusciranno a vedere da lontano; e devono ritenersi fortunati se riescono a trovargli un posto al cimitero, non quello a cui il defunto aveva pensato in vita quando chiedeva di essere sepolto accanto al marito, alla moglie, ai genitori, ai figli; no, in un cimitero qualunque dove ci sia un posto libero. Finché devono prendere atto che posti non ce ne sono più e dai balconi assistono alle lunghe teorie di bare trasportate dalle camionette dei militari per destinazioni sconosciute. É una tragedia che sembra non avere mai fine. (Purtroppo ne parlo non per sentito dire ma per l’esperienza diretta dei miei tanti parenti e amici che abitano nel bergamasco e da cui ho raccolto l’esperienza del loro dolore!) E ora sappiamo che anche noi dobbiamo prepararci a contare i nostri contagiati e i nostri morti, ma non nutriamo la stessa fiducia nel nostro corpo medico e nelle strutture ospedaliere di riferimento nelle cui mani abbandonarci certi che faranno il meglio per noi. Assistiamo a leggerezze imperdonabili, a palleggiamenti di responsabilità, ad una mancanza di regia, ad una confusione che non promette nulla di buono. Non ci si fida di nessuno e si ha la terribile coscienza che i sacrifici fatti finora, l’isolamento coatto che dura da oltre dieci giorni, sia stato vanificato dall’arrivo del virus che ci portano i nostri figli, i nostri nipoti, troppo spaventati per affrontare la solitudine nei posti dove hanno trovato lavoro e dove, una volta a casa senza lavoro o senza lezioni, si sono sentiti ancora più soli ed indifesi, mentre dagli ospedali, dalle case di cura e dalle case private ogni giorno vedono uscire decine e decine di bare! Comprensibilissimo ma non giustificabile, chissà magari avremmo potuto cavarcela, ed invece?
Questa è la terza settimana di quello che ogni giorno di più va trasformandosi nell’incubo del secolo, tale che neppure un romanzo distopico avrebbe potuto immaginare. Chi avrebbe potuto mai, senza farsi prendere per pazzo, ipotizzare che un virus più piccolo di un granello di polvere avrebbe bloccato tutti gli ingranaggi della vita economica, industriale, sociale, religiosa, sanitaria del pianeta? Un granello di polvere, dal diametro di 80-160 nanometri (un nanometro è un miliardesimo di metro, un milionesimo di millimetro!) ha messo in scacco i più grandi eserciti del mondo. Da un giorno all’altro ci siamo trovati tutti proiettati un una dimensione che è al di là di ogni immaginario. Noi le generazione dei diritti ci siamo ritrovati privati del diritto primario, la libertà. Anche gli Stati più riottosi hanno dovuto inchinarsi a sua maestà il virus, Spagna, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, hanno dovuto applicare il “metodo italiano” tanto criticato per fronteggiare il contagio. Impressionante vedere le piazze più famose del mondo, Piazza San Pietro come gli Champs Elysées, la piazza della Costituzione a Città del Messico come la piazza del Nulla, Jamaa el Fna, di Marrakech, tutte spaventosamente vuote; vuote le metropolitane, gli aeroporti, le autostrade, le stazioni, i tram e gli autobus, i taxi che continuano a girare per le città deserte, chiusi i bar, ristoranti, cinema, teatri, stadi, negozi, laboratori artigianali ed industrie! Un virus grande un milionesimo di millimetro ha sconvolto la vita di miliardi di persone, ne ha colpito oltre 350.000, ucciso oltre 15 mila nel mondo. E sembra ancora lontano il momento in cui potremo riprendere la nostra vita normale. Siamo bombardati da informazioni contrastanti, fake news che tali sono o forse no, teorie complottiste, rassicurazioni o intimidazioni minacciose. In ore e ore e ore di trasmissioni televisive medici, virologi, patologi, statisti, politici, tuttologi e chi più ne ha più ne metta sono tutti insieme a pontificare, a litigare e ti chiedi se la loro opera non sarebbe necessaria in quei laboratori che dicono di dirigere piuttosto che per fare gli ospiti a tempo pieno. Ogni volta che segui uno di questi programmi fiume, qualunque sia, resti con l’impressione di non avere capito nulla, e quando avevi compreso qualcosa ci pensa la prossima trasmissione a smontarlo. Una sola cosa abbiamo capito #dobbiamorestareacasa, ma con tutte le precauzioni del caso non dobbiamo lasciare soli gli anziani, gli ammalati – già perché le altre malattie non spariscono con il Kovid19-, le persone sole. A volte basta una telefonata per farli sentire meno soli, dare loro la propria disponibilità a sbrigare qualche piccolo servizio per fare capire che la loro sorte interessa a qualcuno e che se vogliono c’è sempre un amico che possono chiamare per non sentirsi troppo soli. Non possiamo nutrire l’illusione che dopo questa prova cambi qualcosa, ma certo ci sta mettendo nelle condizioni di vivere sulla nostra pelle le restrizioni di chi è costretto da sempre a vivere fra quattro mura a causa di una malattia,+ o di un handicap, ci sta mostrando quali sono le cose importanti della vita e quali quelle surperflue, ci sta facendo vedere i cieli della Cina e dell’Europa finalmente puliti con la riduzione di tutti i fattori inquinanti, e, per il bene dell’umanità sarebbe utile ricordarlo: non possiamo ricominciare come se nulla fosse successo. Amen!

Franca Ciantia