domenica , Gennaio 24 2021

La spy story di Giovanni Di Giunta da Troina

Ci sono due cultori di storia locale, Basilio Arona e Silvestro Messina, che raccolgono documenti, giornali e libri che parlano di Troina. E sono sempre loro che me li segnalano non appena ne hanno conoscenza. Molti dei miei articoli su argomenti di storia e tradizioni locali traggono spunto dalle loro segnalazioni. Anche questo che avete appena iniziato a leggere trae spunto da una segnalazione di Basilio di alcuni giorni fa. Il libro segnalatomi da Basilio ha per titolo “Target: Italy. I servizi segreti inglesi contro Mussolini. Le operazioni in Italia 1940 – 1943”, pubblicato nel 2014. L’autore del libro è lo storico militare Roderick Bailey che nel 2012 fu incaricato dal primo ministro inglese, David Cameron, di scrivere la storia ufficiale dello Special Operation Service (SOE), il servizio segreto britannico incaricato delle operazioni speciali nella seconda guerra mondiale. Immagino che vi stiate chiedendo cosa c’entri Troina con la storia del SOE. C’entra perché ci sono molte pagine nel libro dedicate ad un piano per uccidere Mussolini e Roberto Farinacci, un potente gerarca fascista o come amava farsi chiamare “il ras di Cremona”, nel quale è coinvolto il troinese Giovanni Di Giunta di cui non si sa che fine abbia fatto. Giovanni Di Giunta nacque a Troina nel 1908 da Alfonso di Giunta e Teresina Marianna Bartolo. Aveva quattro fratelli (Carmelo, Francesco, Alfredo e Amando) e una sorella (Giuseppina). Nel libro di Bailey si parla di una famiglia agiata che possedeva proprietà e terreni, ma che nella seconda metà degli anni ’30 di quella agiatezza le rimaneva solo il ricordo. Nel 1929 Giovanni sposava a Torino Maria Grazia Scorciapino, una sua compaesana che aveva 16 anni più di quanti ne aveva lui. Perché avesse sposato una donna più grande di età e a Torino nel libro non è detto nulla, ma se ne sottolinea la singolarità. E in verità, se si pensa agli usi e costumi di un secolo fa a Troina e in Italia, sembra una stranezza. Nel libro leggiamo che Giovanni e Maria nel 1932 mettono al mondo un figlio. Nel 1936 riportava la sua residenza a Troina, ma qualche anno dopo abbondonò la famiglia, andò via di nuovo dalla Sicilia e, in paese, dove non ritornò più, di lui non si è saputo più nulla. Quello che sappiamo ora l’abbiamo letto nel libro di Bailey, che l’ha trovato nelle carte e nei documenti del SOE conservati a Londra. Giovanni Di Giunta entrò in contatto con il SOE nel 1941 in Africa Orientale per il tramite di Luigi Mazzotta, un civile di Addis Abeba che di mestiere faceva il sarto e che era già entrato a far parte del SOE. A quelli del SOE, che volevano sapere chi fosse, Giovanni disse che era nato a Troina il 26 novembre 1908, che era stato arruolato dall’esercito italiano nell’artiglieria nel 1935 e che nel 1936 era stato congedato con il grado di sottotenente. Per quale motivo fosse rimasto in Africa, non è documentato. Nel 1942 Di Giunta era in Egitto, al Cairo, dove si concepirono diversi piani per assassinare Hitler e Mussolini, ma di cui non si fece più nulla. Ma quello di uccidere Mussolini non fu abbandonato subito dopo averlo definito nel giugno del 1942, anche se era considerato “un piano raffazzonato che rivelava povertà di concezione operativa” dai funzionari del SOE che stavano a Londra”. E poi assassinare Mussolini in forma di avvelenamento o in forma violenta, ammesso che l’operazione fosse riuscita, sarebbe stato un errore perché ne avrebbe fatto un martire. Allora pensarono di cambiare bersaglio puntando su Farinacci, che era noto per essere un fanatico antisemita e un convinto sostenitore dell’alleanza dell’Italia fascista con la Germania nazista. Ma come l’avevano congegnata l’operazione? Partiamo da un punto fermo: l’esecutore doveva essere Giovanni Di Giunta. Camuffato dal soldato italiano catturato e prigioniero di guerra nel campo di prigionia n. 321 in Palestina, sulla strada tra Tel Aviv e Gerusalemme, Giovanni Di Giunta sarebbe fuggito dal campo assieme ad un altro prigioniero di guerra, un ufficiale dell’esercito italiano di provata fascista. Naturalmente i soldati inglesi che vigilavano il campo avrebbero fatto finta che non se sarebbero accorti della fuga. Di Giunta e l’ufficiale, o Di Giunta da solo, aiutati da militari italiani in Turchia, sarebbero rientrati in Italia. E qui Di Giunta avrebbe dovuto portare a termine l’operazione. Alcuni giorni prima della sua falsa incarcerazione nel campo di prigionia in Palestina, nell’estate del 1942, Di Giunta incontrò al Cairo il siciliano Emilio Zappalà, agente del Military Intelligence – Sezione 6 (MI6), l’agenzia di spionaggio per l’estero del Regno Unito, che aveva conosciuto nel 1941 ad Addis Abeba in Africa Orientale. Zappalà non aveva riconosciuto subito Di Giunta. Un intervento di chirurgia plastica aveva cambiato il volto di Di Giunta. Non si vedevano da molto tempo. E di cose da dirsi, dopo tanto tempo che si erano persi divista, ne avevano. E tra una parola e l’altra, Di Giunta rivelò a Zappalà in ogni dettaglio il suo piano. Zappalà riferì subito all’ufficio del MI6 l’indiscrezione raccolta aggiungendo che, secondo lui, Di Giunta non aveva deciso cosa avrebbe fatto una volta rientrato in Italia. Aggiunse che era possibile che Di Giunta avrebbe fatto il doppio gioco contro gli inglesi. L’ufficio del MI6 non esitò un istante a condividere queste indiscrezioni con quelli del SEO che avevano reclutato Di Giunta. Da queste indiscrezioni il Seo trasse la conclusione che non si poteva più fidare di Di Giunta e che era il caso di abbondonare l’intero progetto per i grandi rischi che implicava. Era rischioso lasciarlo andare. Fu preso in consegna dal MI6. Dopo quell’incontro, Zappalà fu spedito in Sicilia dal MI6 con Antonio Gallo, un altro agente del MI6. Giunti in Sicilia furono entrambi scoperti, catturati e interrogati. Quello che dissero ai servizi segreti italiani, quelli inglesi del MI6 lo scoprirono quando il 23 gennaio 1943 l’avanguardia dell’Ottava Armata del generale Montgomery, alla vigilia della battaglia di El Alamein in cui sconfisse le truppe tedesche del generale Rommel, entrò a Tripoli. Nel centro amministrativo del Nord Africa italiano, che era Tripoli, gli inglesi trovarono una quantità enorme di documenti. Tra questi c’era una borsa che conteneva, tra gli altri documenti, il rapporto degli interrogatori di Emilio Zappalà, l’agente del MI6. Zappalà, a chi l’interrogava, parlò di Di Giunta e del progetto di Di Giunta di uccidere Mussolini. Progetto ormai superato dagli eventi, perché da lì a poco ci sarebbe stato lo sbarco degli angloamericani in Sicilia che avrebbe segnato l’inizio della fine di Mussolini e del fascismo. Ma Di Giunta, preso in consegna dal MI6 dopo che gli inglesi non si fidavano più di lui, che fine ha fatto? Le carte che ha letto lo storico inglese, non dicono nulla. Ma voi che avete avuto la pazienza di leggere questo racconto fin qui, sono convinto che un’idea ve la siate fatta. Ed è molto verosimile a quello che sarà accaduto realmente. Nei registri dell’anagrafe di Troina, acconto al cognome e nome di Giovanni Di Giunta, nato a Troina il 26 novembre 1908 non c’è indicato che è morto, ma che è “disperso”. E’ questa annotazione sui registri anagrafici di Troina che chiama in soccorso la vostra immaginazione.

Silvano Privitera