lunedì , Agosto 2 2021

Villapriolo. L’arma della semplicità e la fede come gioia – la lezione di padre Salvatore Bevacqua

L’ARMA DELLA SEMPLICITA’ E LA FEDE COME GIOIA – LA LEZIONE DI PADRE SALVATORE BEVACQUA NEL SUO 50° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO

Instancabile predicatore del Vangelo, da sempre ricco di buoni propositi, continua ancora a esercitare il fascino della sua personalità semplice, arricchita di carisma e cultura. Guida morale e spirituale nonché amico, padre caritatevole e umile, con lui tutti noi villapriolesi ci sentiamo Chiesa. Questo è don Salvatore Bevacqua, il quale sin da piccolo, è stato affascinato dall’amore di Dio. Un amore forte, vivo, dal quale ha ricevuto un dono speciale e cioè quello di diventare sacerdote. Sin da bambino, attratto dal Tabernacolo della piccola chiesa di Villapriolo, rivolgeva in solitudine il suo sguardo verso l’Altissimo, come un segno indissolubile della sua esistenza. Un ricordo che serba nel cuore, come un segno, un motivo in più che gli avrebbe permesso di continuare a credere e di sperare. Come in un gioco il suo destino da sacerdote era già segnato. A lui abbiamo rivolto alcune domande, in occasione del suo recente 50° anniversario di sacerdozio.

Don, quali sono i ricordi che affiorano alla mente dopo 50 anni di quel primo sì al Signore?

I ricordi sono tanti. La Liguria, il paesaggio mozzafiato di Camogli, i primi incontri col parroco e i parrocchiani, i ragazzi che ogni domenica, appena finito il pranzo, mi venivano a chiamare per disputare le partite di calcio, le gite sulla neve, i ritiri spirituali con i ragazzi e i giovani in Quaresima presso le Suore che tanto mi hanno aiutato. E non in ultimo, l’armonia fraterna con il parroco e le celebrazioni solenni. Qui in Sicilia invece ricordo con piacere le iniziative di Villapriolo, le missioni al Popolo nell’anno della Fede, i circa quattromila ragazzi del grande Giubileo del 2000 a Piazza Armerina, i campi-scuola con l’ Azione Cattolica dei Ragazzi di cui per oltre 13 anni sono stato assistente diocesano”.

Quando ha manifestato il suo desiderio di diventare prete?

La decisione è maturata lentamente. Da bambino ero attratto dal Tabernacolo, allora sull’altare. Quando non c’era nessuno andavo per stare vicino a Gesù, poi via via capivo che era bello diventare sacerdote e così nel 1958 sono entrato in seminario dove ho seguito tutto il cammino di formazione, ben 13 anni, alternando momenti di ripensamento e di decisioni. Oggi si dice di discernimento”.

Oltre alla sua famiglia c’è stata qualche altra figura importante per il suo cammino di vita?

Il mio cammino è stato segnato dalla vita parrocchiale che negli anni 50 era molto vivace a Villapriolo, animata da padre Salvatore Vicino, il quale oltre a curare la liturgia, era all’avanguardia. Rese molto fiorente la parrocchia, specialmente con i gruppi di Azione Cattolica sia maschili che femminili. Conservo ancora le tesserine e forse per questo l’Azione Cattolica è stata nel mio cuore ed è stato bello ritrovarla nei primi anni di sacerdozio; per questo mi sono impegnato anche dopo gli anni trascorsi in Liguria, dove sono stato anche Assistente Regionale dell’ACR, a “resuscitarla” a Villapriolo”.

I suoi primi anni di studi nel seminario di Piazza Armerina poi in quello di Genova, dove nel frattempo si era trasferita la sua famiglia. Come ha vissuto quel passaggio?

Il passaggio è stato all’insegna dell’avventura, data l’età, con un po’ di incoscienza”.

Ordinato sacerdote fu inviato a Camogli, poi la decisione di rientrare nella diocesi di Piazza Armerina per assumere la guida della piccola parrocchia di Villapriolo. Rammarichi, pentimenti?

Sono rientrato in Sicilia nel maggio del 1997 animato dal desiderio di dare un po’ del mio servizio sacerdotale alla terra natia. Più che rammarichi, un po’ di nostalgia e spesso il dispiacere di non essermi impegnato nelle attività più marcatamente sociali e assistenziali; e poi a volte lo scoraggiamento per non essere all’altezza di guidare una parrocchia piccola che avrebbe bisogno di un prete più spumeggiante e brillante e pieno di iniziative sempre nuove. Tuttavia non rimpiango mai quello che è stato, ma ringrazio il Signore per avermelo dato”.

Il suo impegno pastorale, in particolare, è stato rivolto sempre verso i giovani. Immaginava, così come hanno testimoniato “i ragazzi di Camogli, non più giovanissimi e con qualche capello bianco”, il ruolo importante che avrebbe avuto nella loro formazione?

Non pensavo di essere così importante, solo che con l’aiuto di Dio e l’incoraggiamento del Parroco e l’aiuto degli adulti sono stato sempre disponibile e coinvolto “da prete” nella loro vita, sia per la dimensione spirituale sia ludica. Li portavo allo stadio, ai concerti di Baglioni e di De Gregori”.

Oggi è più facile o più difficile essere essere di guida spirituale e morale dei giovani? E che consiglio darebbe a un giovane sacerdote?

Certamente oggi è più difficile accompagnare spiritualmente i ragazzi e i giovani sia perché in famiglia non si respira un clima di fede, sia perché hanno a disposizione i vari strumenti tecnici/informatici e quindi ne sono molto assorbiti. Solo in alcuni c’è il desiderio di una vita spirituale, per molti vale solo l’effimero. Tuttavia non sono cattivi, infatti molti si impegnano nel volontariato. Nelle parrocchie grandi è più facile animare un gruppo che fa da riferimento anche per i cosiddetti “lontani”, mentre nelle parrocchie piccole è più difficile e ci si salva con incontri personali. Tuttavia bisogna aver pazienza perché poi tanti ritornano. Per quanto riguarda il consiglio ai giovani preti, non credo di poterne dare perché è grande la distanza di età e di mentalità. Auguro però a ciascuno di essi di curare la loro vita spirituale e di esser preti, ma non alla don Matteo televisivo, perché se si vive in comunione di vita con il Signore si riesce a portarlo ovunque, aspettando pazientemente che sia lui a far crescere quello che noi umilmente seminiamo”.

Per chiudere, tre parole chiave che hanno contrassegnato questo suo mezzo secolo di cammino con il Signore e per la Chiesa.

Preghiera, disponibilità, ricerca come studio per un aggiornamento continuo. E un grande senso di gioia, perché anche se le difficoltà e le fatiche non mancano la gioia di essere con il Signore e con i fratelli e le sorelle del prossimo vibra sempre nel cuore”.

Giacomo Lisacchi

Foto da sinistra don Mario Saddemni, don Salvatore Bevacqua, Il vescovo Gisana e don Tino Regalbuto