Morto Nitto Santapaola, l’ombra lunga del boss etneo sull’Ennese


Si chiude nel carcere di Opera la parabola criminale di Benedetto Santapaola, per tutti “Nitto”, storico capo della mafia catanese e figura chiave della stagione stragista di Cosa Nostra. Aveva 87 anni e da oltre trent’anni era detenuto al regime di 41 bis. Con lui scompare uno degli ultimi grandi strateghi della mafia orientale, l’uomo che seppe saldare la violenza dei corleonesi alla costruzione di una rete economico-politica capace di infiltrare istituzioni e appalti. Ma se la sua roccaforte è sempre stata Catania, la sua influenza non si è fermata ai confini etnei. Anche la provincia di Enna, negli anni, ha incrociato l’orbita del sistema Santapaola.

Dalla scalata mafiosa alle stragi

Nato nel 1938 nel quartiere San Cristoforo di Catania, Santapaola emerse negli anni Settanta scegliendo di schierarsi con Totò Riina, contribuendo alla caduta della vecchia leadership catanese legata a Giuseppe Calderone. Fu una mossa strategica che trasformò Catania in una roccaforte dei corleonesi e garantì alla famiglia etnea un ruolo di primo piano nella Commissione regionale di Cosa Nostra.
Il suo nome resta legato ad alcune delle pagine più buie della storia italiana: la strage di via Carini del 1982, in cui fu assassinato il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa; l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, che aveva denunciato i rapporti tra mafia e imprenditoria; e la stagione delle stragi culminata nell’attentato di Capaci contro Giovanni Falcone. Non solo violenza: sotto la sua guida il clan Santapaola-Ercolano si impose come potenza economica, infiltrando appalti pubblici e consolidando una rete di relazioni con imprenditori e ambienti della cosiddetta “borghesia mafiosa”

L’influenza nell’Ennese: alleanze e ramificazioni

Se Enna non è mai stata territorio diretto della famiglia catanese, le inchieste giudiziarie hanno evidenziato nel tempo rapporti strutturati tra il clan Santapaola-Ercolano e realtà mafiose locali, in particolare nella zona sud della provincia.

Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta hanno documentato collegamenti tra la famiglia catanese e la cosca attiva a Pietraperzia, comune considerato storicamente uno dei centri più sensibili della criminalità organizzata nell’Ennese. Summit, accordi e convergenze sugli affari — dalle estorsioni al controllo di attività economiche — hanno dimostrato come l’organizzazione etnea esercitasse un ruolo di riferimento e raccordo, più che di gestione diretta.
Anche Barrafranca è emersa in diverse operazioni antimafia come territorio interessato da dinamiche riconducibili a equilibri interprovinciali, con collegamenti verso Catania.

Le operazioni antimafia che hanno toccato l’Ennese

Tra le inchieste più significative figura l’operazione Kaulonia, che ha colpito la famiglia mafiosa di Pietraperzia, facendo emergere rapporti e interlocuzioni con ambienti riconducibili al clan Santapaola-Ercolano. Le indagini hanno evidenziato incontri tra esponenti delle due realtà mafiose, condivisione di strategie su estorsioni e controllo del territorio e una rete di protezione e riconoscimento gerarchico che legava l’Ennese alla sfera di influenza etnea. Non una “colonizzazione” militare, ma un modello di alleanza e coordinamento, coerente con la visione strategica di Santapaola: controllare indirettamente, mantenendo equilibri e garantendo appoggi.

La latitanza, l’arresto e la fine

La latitanza di Santapaola si concluse il 18 maggio 1993 in un casolare di Caltagirone. Da allora il 41 bis è stato il suo unico orizzonte. Con la sua morte si chiude simbolicamente una stagione della mafia siciliana, ma nell’Ennese — come nel resto dell’isola — resta il lavoro di ricostruzione civile e culturale contro un sistema che, per decenni, ha cercato di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale. Per la provincia di Enna, la figura di Santapaola non rappresenta un radicamento diretto, ma l’emblema di un potere mafioso capace di estendersi oltre i propri confini, influenzando equilibri e dinamiche criminali anche nei centri dell’entroterra. La sua morte chiude un capitolo giudiziario. L’eredità, però, resta una sfida aperta per le istituzioni e per il territorio.