Baby gang nell’Ennese, l’analisi del fenomeno: la violenza come risposta ad un disagio

Negli ultimi anni il fenomeno delle cosiddette “baby gang” è entrato con forza nel dibattito pubblico. E nell’Ennese è, drammaticamente un tema ricorrente, per via dei casi esplosi nei mesi scorsi. Il più eclatante è quello di Calascibetta con un nutrito gruppo di ragazzi, tra cui minori, che si è scagliato con un violenza nei confronti di un 17enne ennese. Altri episodi sono accaduti a Piazza Armerina, città dove di violenze del branco sono al centro delle attenzioni delle forze dell’ordine.

Tuttavia, limitarsi a una lettura emergenziale rischia di semplificare eccessivamente una realtà complessa, che affonda le sue radici in dinamiche psicologiche, relazionali e sociali profonde.

Adolescenza e bisogno di appartenenza

Dal punto di vista psicologico, l’adolescenza rappresenta una fase di transizione delicata, caratterizzata dalla costruzione dell’identità e dal bisogno di appartenenza. In questo periodo, il gruppo dei pari assume un ruolo centrale: è lo spazio in cui si cerca riconoscimento, si sperimentano ruoli e si misura il proprio valore. Quando però mancano riferimenti stabili – familiari, educativi o sociali – il gruppo può trasformarsi da risorsa a contenitore disfunzionale.

Il gruppo come risposta al disagio

Le baby gang spesso nascono proprio come risposta a un bisogno non soddisfatto: sentirsi visti, riconosciuti, parte di qualcosa. L’adesione al gruppo offre protezione e identità, ma anche un sistema di regole alternative in cui comportamenti trasgressivi o violenti diventano strumenti per ottenere status e rispetto. In questi contesti, l’aggressività non è fine a sé stessa, ma assume una funzione comunicativa: è un linguaggio attraverso cui si esprime disagio, frustrazione o senso di esclusione.

Fragilità individuale e dinamiche di gruppo

Un elemento ricorrente è la fragilità dell’identità individuale. Molti di questi ragazzi mostrano difficoltà nella regolazione emotiva, una bassa tolleranza alla frustrazione e una scarsa capacità di mentalizzare, ovvero di comprendere i propri stati interni e quelli degli altri. Questo rende più probabile il passaggio all’atto impulsivo, soprattutto quando amplificato dalla dinamica di gruppo, che tende a ridurre il senso di responsabilità individuale.

Il peso del contesto e dei social

Non va trascurato il ruolo del contesto. Crescere in ambienti segnati da marginalità sociale, povertà educativa o carenza di opportunità aumenta il rischio di sviluppare comportamenti devianti. Ma sarebbe un errore pensare che il fenomeno riguardi esclusivamente contesti svantaggiati: episodi di violenza giovanile emergono anche in realtà apparentemente “normali”, a dimostrazione che il disagio può assumere forme diverse e trasversali.
Un ulteriore fattore è rappresentato dall’influenza dei social media, che possono amplificare il bisogno di visibilità e riconoscimento. La condivisione di atti violenti o umilianti diventa, in alcuni casi, un modo per ottenere attenzione e consenso, alimentando una spirale in cui la realtà viene piegata alle logiche della performance.

Dalla repressione alla responsabilità collettiva

Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere solo repressiva. È necessario un approccio integrato che coinvolga famiglia, scuola, servizi territoriali e comunità. Intervenire precocemente, promuovere competenze emotive, creare spazi di ascolto e appartenenza sani sono azioni fondamentali per prevenire la deriva violenta.

Come psicoterapeuti, sappiamo che dietro ogni comportamento problematico c’è una storia, spesso fatta di vuoti, ferite e bisogni inespressi. Comprendere non significa giustificare, ma è il primo passo per costruire risposte efficaci. Solo riconoscendo la complessità del fenomeno possiamo trasformare l’allarme sociale in un’occasione di responsabilità collettiva. Le baby gang non sono solo un problema di sicurezza, ma un segnale che ci interroga come società: su come ascoltiamo i nostri giovani, su quali modelli offriamo e su quanto siamo capaci di prenderci cura, davvero, del loro futuro.

*Jlenia Baldacchino – Psicologa e psicoterapeuta