Referendum, la vittoria del No: l’analisi politica tra governo, elettori e scenari internazionali
Enna-Provincia - 29/03/2026
Il referendum costituzionale sull’ordinamento giudiziario ha avuto un significato politico, nonostante venisse presentato come un referendum su una questione tecnica: separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti. Che fosse un referendum con alto valore politico, lo provano, senza alcun bisogno di dimostrazione, le conseguenze visibili prodotte dalla bocciatura popolare di questa riforma dell’ordinamento giudiziario: le dimissioni di un sottosegretario, e di una capa di gabinetto del ministro della giustizia, di una ministra e di un capogruppo al senato di un partito della maggioranza di governo.
Parlamenteo svilito
Personaggi molto discutibili, e per certi versi impresentabili, che, se avesse vinto il Sì al referendum, sarebbero rimasti ai loro posti. La vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è stata una sconfitta del governo di centrodestra che l’ha imposta al parlamento italiano, svilendone la funzione.
Referendum ed elezioni politiche
Il centro sinistra commetterebbe un grave errore, se pensasse che questo risultato sia trasferibile alle elezioni politiche. A votare per il No, oltre agli elettori del centrosinistra, ci sono anche elettori del centro destra. Il 20 per cento di elettori di Forza Italia ha votato No al Referendum. Anche elettori di Fratelli d’Italia hanno votato No. In questo referendum c’è stato un forte recupero di elettori che, nelle precedenti competenze elettorali, si erano astenuti. Al successo del No hanno contribuito i giovani elettori, che hanno già mostrato la loro disponibilità a mobilitarsi per la pace e contro la guerra.
Una prima analisi dell’esito del referendum vinto dai sostenitori del No alla riforma della giustizia mette in evidenza alcuni aspetti che hanno un alto valore politico. Gli elettori hanno detto No ad una riforma della giustizia, che fa parte di un disegno più ampio che punta ad un’alterazione dell’equilibrio dei tre poteri esecutivo, giudiziario e legislativo, su cui si fonda la Costituzione della Repubblica Italiana, a favore del potere esecutivo.
Non si modifica a colpi di maggioranza la Costituzione Repubblicana, che è una sintesi equilibrata delle diverse culture dei partiti DC, PCI, PRI, PSI e PLI che hanno fatto la Resistenza contro il fascismo e riportato la democrazia in Italia. Il partito della Meloni è estraneo alla tradizione antifascista.
Sulla vittoria del No al referendum ha contributo la sgangherata campagna elettorale dei sostenitori del Sì, che ha convinto gli esitanti a votare NO. È apparso chiaro che l’obiettivo della riforma non era il miglioramento dei servizi della giustizia, ma la sottomissione della magistratura al potere esecutivo.
Il contesto internazionale
Sulla vittoria del No ha contribuito anche un evento di politica internazionale, come la guerra di USA e Israele contro l’Iran. È una guerra che sta avendo pesanti effetti sulle nostre condizioni di vita, peggiorandole. Basti pensare all’aumento consistente del prezzo dei carburanti e del gas, che produrrà a catena aumenti del prezzo dei generi di prima necessità.
A innescare questa guerra dalle conseguenze imprevedibili, alla quale, volenti o nolenti, potremmo essere coinvolti come paese che ospita molte basi militari americane, è il presidente degli Usa, Donald Trump, di cui Giorgia Meloni si vanta di essere amica oltre a condividerne l’ideologia. La Meloni non si accorge, o finta di non accorgersene, che gli Usa perseguono i loro interessi anche a danno degli interessi dell’Italia.
Perché, come diceva Henry John Temple, parlando dell’Inghilterra, gli Stati non hanno alleati permanenti o nemici permanenti, ma interessi permanenti. Dovere di chi ha responsabilità di governo è di seguirli.
Votando No al referendum, gli elettori italiani ha segnato anche la prima sconfitta del trumpismo. Circostanza, questa, che mette in risalto il significato politico del referendum.