Il ricordo della strage di Capaci: nelle campagne ennesi Cosa Nostra decise di ammazzare Falcone
Enna-Cronaca - 23/05/2026
Il 23 maggio 1992 un boato squarciò l’autostrada A29, cambiando per sempre la storia d’Italia. A Capaci persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Una ferita indelebile impressa nella memoria nazionale.
Il ruolo di Enna nella strategia stragista di Cosa Nostra
Pochi sanno, però, che l’innesco politico di quella bomba fu anche deciso tra i confini della provincia di Enna. Dietro l’apparente tranquillità dell’entroterra dell’isola si è consumata la regia occulta della stagione stragista come emerso in un documento pubblicato dal quotidiano il Domani, in cui emerge il ruolo cruciale del territorio ennese nei piani dei Corleonesi. Tra il settembre e il dicembre del 1991, la provincia di Enna divenne la capitale segreta della mafia. Le campagne ennesi ospitarono i summit strategici della Commissione Interprovinciale di Cosa Nostra dove venne decise la strategia stragista.
I vertici della Cupola
Riunioni blindate e invisibili, presiedute dal capo dei capi, il boss latitante Totò Riina. Attorno al tavolo sedevano i vertici assoluti dell’organizzazione: Bernardo Provenzano e Nitto Santapaola. Fu in quei summit invernali che la Cupola sancì la formale condanna a morte del giudice Giovanni Falcone.
Perché fu scelta Enna per i summit
La scelta di Enna non fu affatto casuale, ma rispose a precise e calcolate esigenze logistiche. La posizione baricentrica dell’ennese offriva un crocevia perfetto e sicuro per i boss di ogni provincia. Il territorio garantiva un’eccezionale copertura e una rete mafiosa locale ritenuta totalmente affidabile. La tranquillità di una provincia traeva in inganno le forze dell’ordine. Sotto quella calma apparente, i clan ennesi offrivano invece logistica e assoluta protezione ai latitanti.
Le rivelazioni di Messina
A squarciare il velo di omertà su queste riunioni furono le rivelazioni di un uomo dall’interno. Il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, d’origine nissena ma profondamente radicato nelle miniere ennesi.
Nel luglio del 1992, Messina descrisse dettagliatamente quei summit segreti al giudice Paolo Borsellino. Le sue deposizioni indicarono le colline di Enna come la vera “cabina di regia” delle stragi. Le indagini successive e le relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia hanno confermato lo scenario.
Enna non prestò la manovalanza esecutiva per la strage, né l’esplosivo usato sull’asfalto di Capaci. Il territorio fu qualcosa di politicamente più rilevante: il santuario decisionale dell’attentato. A distanza di anni, questo anniversario impone alla comunità ennese una profonda e dolorosa riflessione.