Messina scrive a Mattarella: “Il vescovo Gisana accanto alle istituzioni mi ha sconvolto”

Una lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A firmarla è Antonio Messina, l’archeologo ennese dalla cui denuncia è partita l’inchiesta culminata con la condanna definitiva a 3 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni di minori nei confronti di don Giuseppe Rugolo.

La presenza del vescovo alla festa del 2 giugno

La lettera, datata 4 giugno, prende le mosse da un episodio specifico: la presenza del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, oggi imputato, insieme al vicario Vincenzo Murgano, nel procedimento per falsa testimonianza scaturito dal processo principale, alle celebrazioni del 2 giugno organizzate dalla Prefettura di Enna. Messina – assistito dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica – riferisce di aver visto il presule prendere parte alla manifestazione pubblica in prossimità dell’attuale Presidente del Tribunale di Enna. “Tale circostanza mi ha profondamente sconvolto” scrive.

Il racconto del “calvario giudiziario”

Nel testo, Messina ripercorre quello che definisce un “calvario giudiziario e personale”, elencando una serie di circostanze che, a suo dire, avrebbero minato la sua fiducia nelle istituzioni. Tra queste: la prescrizione dei reati commessi ai suoi danni tra il 2009 e il 2011, che ha ridotto il perimetro della condanna al sacerdote; la decisione del Ministero della Giustizia di non costituirsi parte civile nel procedimento a carico del vescovo Gisana e del vicario giudiziale Vincenzo Murgano, entrambi imputati per falsa testimonianza; e la scelta “della Prefettura di Enna e della Commissione elettorale circondariale di Enna di incaricare l’Avvocatura dello Stato” per impugnare la sentenza del TAR di Catania che lo aveva riammesso alle ultime elezioni amministrative, dalle quali era stato escluso per un vizio formale consistente nella mancanza dell’autentica di una firma.

La richiesta al presidente della Repubblica

Al Capo dello Stato, Messina chiede “un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali, e nello specifico la Prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati”, stigmatizzando la presenza pubblica di un imputato accanto alle più alte cariche istituzionali locali.