Premio nazionale ad una biologa troinese: la storia di Alessia che lasciò il paese 16 anni fa
Troina - 20/01/2026
Assegnato alla troinese Alessia Nasca, biologa e genetista, specializzata in genetica medica, il premio per il miglior poster nella sezione “Malattie Rare”, nell’ambito del quinto convegno della Rete RIN dei 29 Istituti di ricerca e cura a carattere scientifico (Irccs) di neuroscienze e neuroriabilitazione svoltosi a Taormina
La ricercatrice troinese
Alessia Nasca è ricercatrice dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, componente del Centro Fondazione Mariani per le malattie mitocondriali. Il premio l’è stato conferito “per la qualità scientifica, l’originalità e la rilevanza clinica del lavoro presentato”. Non è stato facile per Nasca spiegare sinteticamente in un poster le relazioni tra le varie parti del patrimonio genetico per capire le malattie che colpiscono il tessuto muscolare. E’ una vera e propria impresa spiegare in termini chiari e comprensibili, per chi non è del mestiere di ricercatore, i risultati di ricerche complesse sulle relazioni tra genoma e trascrittoma e di come la loro integrazione possa migliorare la diagnosi.
Cervelli in fuga
Alessia Nasca è una dei tanti e tante giovani che, appena conseguita la laurea, lasciano il loro paese per andare a cercare lavoro altrove. Alessia, laureatasi in biologia cellulare e molecolare all’Università di Catania, nel 2010 va via da Troina a cercare lavoro a Milano dove viene assunta dall’Istituto neurologico Carlo Besta. Vivendoci da 16 anni, a Milano ha messo radici, ma non ha dimenticato il suo paese d’origine. “A Troina ci sono la mia famiglia, i miei parenti e tanti miei amici con i quali ho profondi legami affettivi”, ha detto Alessia.
Tra i suoi progetti non c’è il rientro a Troina
Non pensa realisticamente ad un suo ritorno a Troina, anche se saggiamente ritiene che non si possa prevedere quello che il futuro le riserva. Di recente si sente parlare di “tornanza”, sulla scia del saggio “La Tornanza – Ritorni e innesti orientai al futuro” di Antonio Prota e Flavio R. Albano, che affidano la rinascita delle aree interne all’innesto tra coloro che, dopo essere andati via, decidono di tornare nei loro paesi d’origine e mettere a frutto le proprie conoscenze, e coloro che sono rimasti. La “tornanza” non convince Vito Teti, al quale si deve il concetto di “restanza”, che è anche un libro, per indicare quel fenomeno sociale che riguarda chi decide di rimanere a vivere nelle aree interne. Nell’intervista rilasciata a Vita di dicembre 2025- gennaio 2026, Teti dice che lo “lascia perplesso il discorso del tornare.
Perché uno torna in un luogo dove ci sono le condizioni vivibili, o ci sono i presupposti per avviare una nuova vita o una nuova attività o un nuovo modi di stare insieme. Ma questi presupposti non ci sono”. Quelli che restano deve sapere che restare ha senso se riescono veramente a cambiare le cose, se riescono a creare davvero nuove relazioni proiettate verso il futuro. Intanto, tra tornanza e restanza, non si ferma l’emigrazione giovanile qualificata, che di fatto priva il paese di risorse umane qualificate necessarie per arrestare il declino socio-economico e demografico.