L’eruzione dell’Etna ed il caos a Fontanarossa: rispunta l’idea di un aeroporto nell’Ennese

di Giacomo Lisacchi 

La potente eruzione dell’Etna ha costretto, ancora una volta, alla cancellazione di numerosissimi voli nazionali e internazionali. Si tratta di un problema ricorrente, causato dalla proiezione nel cielo di una colonna di cenere vulcanica. Di fronte a questi eventi, le autorità aeroportuali innalzano immediatamente il livello di allerta al massimo grado per le emergenze vulcaniche, provocando grandissimi disagi ai viaggiatori. Davanti a questo scenario, la domanda sorge spontanea: l’aeroporto di Fontanarossa è stato costruito nel posto giusto? Non sarebbe il caso di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di spostarlo in un luogo diverso e più sicuro?

L’incontro alla Kore

A dire il vero, di questa proposta si parlò già nel corso di una conferenza stampa la mattina di lunedì 15 aprile 2019, presso la sede centrale dell’Università Kore. All’incontro parteciparono il presidente dell’ateneo Cataldo Salerno, il senatore Vladimiro Crisafulli e i sindaci di Centuripe e Catenanuova, Elio Galvagno e Carmelo Scravaglieri. Il modo in cui venne posta la questione fece pensare a una svolta decisiva su una vicenda discussa da anni: la nascita di un aeroporto intercontinentale nell’Ennese, precisamente sul territorio del Comune di Centuripe.

Il progetto

L’opera sarebbe dovuta sorgere grazie all’interessamento di Peter Iellamo, un magnate australiano di origini calabresi pronto a realizzare l’intera struttura a proprie spese. Per dare il via al progetto – messo a punto dalla facoltà di Ingegneria della Kore – era stata addirittura costituita la società “Victoria Aviation Group”, presieduta dall’arch. Maurizio Severino e composta da Salvatore La Placa (in rappresentanza del capitale) e da Emanuele Passanisi e figlio.

Si trattava di un piano rivoluzionario: i componenti della società chiarirono che non venivano richiesti capitali pubblici, poiché l’intero investimento – stimato in non meno di un miliardo e mezzo di euro – sarebbe stato a carico esclusivo della holding.

Il progetto prevedeva la realizzazione del più grande aeroporto del Mediterraneo, un’opera pensata per integrarsi in modo armonico con gli svincoli autostradali e la ferrovia. Per la sua costruzione si sarebbe fatto ricorso a maestranze locali, con una previsione di oltre duemila assunzioni a opera ultimata: il triplo dell’attuale parco dipendenti dell’aeroporto di Fontanarossa.

L’aspetto più strategico riguarda però la sicurezza e le infrastrutture:

Zero rischi ambientali: L’area individuata non sarebbe soggetta al rischio ceneri in caso di eruzione dell’Etna.

Grandi velivoli: Il piano prevedeva la costruzione di due piste lunghe almeno 5 chilometri, in grado di ospitare anche gli aerei più grandi.

Manutenzione in loco: Era stato programmato uno spazio dedicato alla manutenzione dei velivoli, un servizio per il quale oggi le compagnie aeree sono costrette a rivolgersi a Parigi o Dubai.

La sfida del turismo e il nodo dei trasporti

“Dobbiamo decidere cosa fare – dichiarò in quell’occasione il presidente della Kore, Cataldo Salerno – se rimanere degli scalcinati, oppure realizzare un sistema aeroportuale regionale che possa consentire alla Sicilia di sviluppare finalmente tutte le sue potenzialità nel settore del turismo”.

La Sicilia, infatti, non risulta tra le prime 30 regioni europee per flussi turistici, a differenza di realtà come le Canarie e le Baleari che registrano un transito aeroportuale superiore ai 35 milioni di passeggeri. In Italia, l’isola viene superata persino dal Veneto e dalla Toscana.

Salerno evidenziò come nel 2018 gli scali di Catania e Palermo avessero registrato appena 16 milioni di passeggeri complessivi, per lo più emigrati di ritorno e famiglie dirette al mare. Secondo il presidente, all’isola manca una dimensione internazionale e intercontinentale, una carenza di cui considerava responsabile anche la compagnia di bandiera Alitalia (all’epoca fallita nei fatti), accusata di mantenere rotte nazionali improduttive e di lucrare sulla Sicilia con tariffe paragonabili a voli intercontinentali.

Per Salerno, le politiche nazionali sui trasporti aerei erano “di piccolo cabotaggio” e marginali, incapaci di reggere il confronto persino con Malta. Di conseguenza, l’ateneo aveva sposato il progetto con la volontà di rilanciare un territorio penalizzato da costi di trasporto esagerati per i cittadini.

Un ampliamento strategico contro l’implosione di Fontanarossa

Di fronte alle obiezioni sui vincoli del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – che nel 2017 aveva dichiarato che in Sicilia non ci sarebbe stato spazio per nuovi aeroporti fino al 2030 – Salerno precisò che la nuova struttura non andava considerata come un nuovo scalo, bensì come un “ampliamento e potenziamento dell’aeroporto di Fontanarossa”. A darne forza erano anche le parole di Maurizio Severino, presidente della “Victoria Aviation Group”, il quale definì il progetto come una “concretezza” resa necessaria dal fatto che l’aeroporto di Catania fosse ormai “asfittico”. Le proiezioni temporali stimavano infatti che lo scalo etneo avrebbe dovuto accogliere circa 21 milioni di passeggeri in futuro. Con numeri simili, secondo Severino, Fontanarossa sarebbe inevitabilmente imploso a causa della mancanza di vie di comunicazione, di parcheggi e di una pista troppo corta, figlia di un’ubicazione sbagliata. Da qui la necessità di spostarsi nel territorio di Centuripe, a ridosso di Catenanuova: un’area pianeggiante, attraversata da un importante nodo autostradale e ferroviario e dove l’Enac aveva già effettuato uno studio dei venti, permettendo così di risparmiare almeno cinque anni sui tempi di realizzazione. Alla luce dei continui blocchi causati dal vulcano e dei disagi che ne conseguono, non sarebbe forse il caso di rispolverare questo progetto e affrontare finalmente il problema con interlocutori seri e motivati?