lunedì , Settembre 27 2021

“Cosa Nostra” Leonforte: eletto un Consigliere comunale ad Assoro con pacchi dono ai detenuti

Come sottolineato nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri dai magistrati della Dda che hanno coordinato le indagini, il gruppo legato a Fiorenza avrebbe vessato molti più operatori economici di quelli individuati. Come un fulmine a ciel sereno, nell’ambito dell’operazione “Homo Novus”, dopo le complesse indagini condotte dal Commissariato di Polizia di Leonforte e dalla Squadra Mobile di Enna, si registra la retata, che ha portato all’arresto di otto persone per per estorsione, minacce e danneggiamenti, con almeno l’impiego di cento poliziotti. Un clan di “cani sciolti” che con la prepotenza e l’arroganza stavano dominando su Leonforte e dintorni. Ma ha una duplice valenza quest’inchiesta che scuote ancora la zona nord dell’Ennese. Molti pagano il pizzo ed emerge da quel “libro mastro” trovato a casa di Giovanni Fiorenza. Pagine che apriranno nuovi scenari, assicurano gli inquirenti. Pagano molti commercianti e imprenditori, eccetto i cosiddetti “disperati”. Loro, è la regola, non vanno vessati. La strategia seguita dalla cosca leonfortese è quella adottata da Binnu Provenzano: devono pagare tutti anche se poco. «L’illusione di pagare poco è una pia illusione che garantisce assuefazione tra i cittadini», dice il procuratore nisseno Sergio Lari. «Abbiamo fermato un gruppo criminale che aveva assunto una pericolosità non più tollerabile – ha aggiunto il capo della Dda nissena – e il ritrovamento del libro mastro offre spunti investigativi per estendere le indagini su tutto l’Ennese». Al fianco di Lari ci sono i sostituti procuratori Roberto Condorelli e Giovanni Di Leo, titolari dell’inchiesta. «Certamente – dice Condorelli – si tratta di un fenomeno particolare, con la nascita di un gruppo mafioso autoctono con a capo Fiorenza che ha ottenuto l’autorizzazione a operare da Seminara fino a Nicosia, eccetto che a Catenanuova. Abbiamo accertato che vi è un vuoto di potere mafioso nell’ennese colmato con propri uomini dai catanesi del clan Cappello. Il gruppo di Fiorenza aveva anche altri interessi criminali sul mercato della droga, ma di più su quest’aspetto non possiamo dire». Condorelli ha svelato curiosi retroscena, come quella offerta da un’intercettazione in cui uno degli indagati dice che «affiliarsi alla famiglia è come un matrimonio». Di Leo, invece, s’è soffermato sulla collaborazione offerta dagli imprenditori taglieggiati. «Ma si sono dimostrati disponibili a collaborare soltanto dopo le nostre contestazioni. A Leonforte ci sono altri operatori commerciali che pagano e non lo dicono». Il questore Ferdinando Guarino, insieme al capo della Mobile Giovanni Cuciti e al dirigente del Commissariato Salvatore Tognolosi, ha rimarcato che «nonostante la crisi, Cosa Nostra predilige le estorsioni per mantenersi. Mi rivolgo agli operatori economici: l’estorsione è una tassa da cui la collettività non ricava benefici, anzi scoraggia gli investimenti». Agli inizi di settembre alcuni degli indagati compiono la più classica delle estorsioni: quella del cavallo di ritorno. Rubano l’auto di un artigiano che lavorava con uno degli imprenditori edili al quale era stato chiesto il pizzo. Nella macchina c’è una busta con oltre 2 mila euro. Del fatto discutono Giovanni Fiorenza e il figlio Alex che sostiene che in questo modo l’imprenditore capirà che si tratta di un messaggio a lui rivolto e quindi si convincerà a pagare. “Ora papà – dice Alex – devi colpire il diretto interessato”. Nei giorni successivi un operaio della ditta subisce il danneggiamento dell’auto. Alla vittima del furto viene proposta la restituzione della vettura dietro il pagamento di una somma di denaro, ma viene escluso categoricamente che sia possibile recuperare il denaro. Sono una serie di episodi che denotano la spregiudicatezza del gruppo.
Una cosca che riesce anche a realizzare un altro aspetto del programma tipico di “Cosa nostra”, che è infiltrarsi nelle consultazioni elettorali, portando voti a determinati candidati che poi sono “in obbligo” e vengono chiamati, se necessario ad intervenire su eventuali affari che interessano la cosca. Accade alle ultime consultazioni amministrative che si svolgono ad Assoro. Gli inquirenti hanno accertato che un imprenditore si preoccupa di far avere pacchi dono per le famiglie leonfortesi che sono in difficoltà avendo congiunti in carcere e dovendo sostenere le spese per gli avvocati. L’imprenditore ha interesse a far eleggere una persona a lui vicina al Consiglio comunale e il progetto va a buon fine. Ma dopo l’elezione del candidato che stava a cuore all’imprenditore, sorgono alcuni problemi. E sarà Armenio che raccoglie le lamentele di chi ritiene che il “pacco dono” sia stato poca cosa, a contattarlo e spiegargli che comunque dovrà pagare il pizzo, mettendosi a posto come tutti gli altri operatori economici del territorio. E’ Giovanni Fiorenza a dare disposizioni affinché l’imprenditore sia costretto a pagare la tangente e definisce i pacchi dono una “pigghiatina pu’ culu” e che deve pagare senza sconti considerato che può permetterselo e che comunque il candidato che voleva al consiglio comunale è stato eletto. Fiorenza si sente forte perché ha avuto un incarico da Turi Seminara boss di Enna in persona e quindi sa di potere fare la voce grossa.

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