mercoledì , Gennaio 27 2021

Noi vogliamo pagare le tasse, ma il giusto” grido di allarme di una imprenditrice di Villapriolo

Teresa LafuriaVillarosa. La paura di vedere andare in fumo anni di duro lavoro e di enormi sacrifici, la preoccupazione per il futuro delle proprie attività commerciali ed artigianali, già fortemente colpite dalla crisi, unita alla totale incomprensione da parte dello Stato e delle amministrazioni locali, sta creando un pericoloso disagio che definire preoccupante è anche limitativo. A farsene interprete è l’imprenditrice villapriolese Teresa Lafuria che anche a nome dei suoi colleghi dice: “Io non dico che la crisi economica è un problema solo di Villapriolo, sarebbe ingiusto e non veritiero, ma noi viviamo in un piccolo paese che assieme alle sue attività commerciali ed imprenditoriali rischia veramente la scomparsa. Non possiamo aspettare –aggiunge- il fallimento delle nostre imprese; noi abbiamo il dovere di difenderle e nello stesso tempo di chiedere alla nostra amministrazione comunale e alla politica un serio e dettagliato confronto sul delicato momento delle nostre attività. Tarsu, Imu e quant’altro stanno uccidendo la nostra piccola economia. Per fare un esempio: quattro anni fa di spazzatura per il mio locale commerciale pagavo 1670 euro. Oggi, nonostante la crisi e la diminuzione delle vendite del 70 per cento, pago la bellezza di 3780 euro; e se aggiungiamo l’Imu, significa che al Comune dovrei dare circa 1500 euro al mese. Come si fa? Con quel poco che si guadagna dobbiamo pur sopravvivere, non possiamo andare certo a rubare per pagare le tasse, non fa parte del nostro carattere. Dopo anni di sacrifici siamo in mezzo ad una strada. Nessuno si prende la briga di guardare il fatturato per vedere di quanto è diminuito in questi anni”. L’ansia dei commercianti villapriolesi è notevolmente accentuata dalla netta impressione che ormai l’aumento delle tasse sia una questione di principio da portare avanti “senza se e senza ma”. Anche a costo di mandare al macero tutti gli anni di sacrifici che hanno dovuto affrontare per mantenere un’attività in un piccolo paese ridotto a poco più di cinquecento anime attanagliato da una miriade di problemi, a cominciare dalla viabilità che è ormai al limite della percorribilità. “Siamo veramente amareggiati –dice sconsolata Teresa Lafuria-. Mio marito per mettere su l’attività e costruire i locali ha dovuto lavorare per sei anni in Arabia Saudita. Quando rientrava ogni sei mesi stentavo perfino a riconoscerlo, tanto era bruciato dal sole; personalmente non mi sono mai risparmiata nel lavoro così come i miei figli. Eravamo riusciti perfino a dare lavoro a oltre dieci dipendenti che, nostro malgrado, con il cuore a pezzi, abbiamo dovuto licenziare. Siamo veramente disperati e contemporaneamente stanchi di assistere al teatrino di politici inconcludenti. Noi vogliamo pagare le tasse, ma il giusto. Non possono tassare i locali di Tarsu e Imu secondo i metri cubi, anche perché i sacrifici per costruirli l’hanno fatto per caso il Comune o lo Stato? A volte ci vuole poco –conclude Teresa Lafuria – per alleviare le pene di chi, in questi momenti, vede le proprie attività soffrire e, tragicamente, anche rasentare il fallimento. Basterebbe solo un po’ di comprensione, ma se anche questo viene meno e la nostra, resta una disattesa richiesta di aiuto, allora non ci resterà che pregare e sperare in quei miracoli, ai quali non crediamo, per evitare e scongiurare il “de profundis” delle nostre aziende”.

Pietro Lisacchi