sabato , Gennaio 23 2021

Troina, conferenza del prof. Nicola Malizia sul femminicidio

“Non voleva lasciare suo marito per stare con me. Me lo aveva promesso. Ho perso la testa e l’ho colpita”, ha detto ai Carabinieri che l’hanno arrestato Michele Venturelli, orafo di professione, l’assassino della maestra d’asilo Ambra Pregnolato con la quale aveva una relazione da un anno. A fare scattare la violenza assassina dell’orafo è stato il rifiuto della maestra d’asilo a chiedere il divorzio al marito. E’ uno dei primi femminicidi di quest’anno accaduto ad Alessandria di cui si sono occupati, domenica 26 gennaio, due importanti quotidiani nazionali, ‘La Repubblica’ e il ‘Corriere della Sera’. Un altro è stato consumato un paio di giorni fa, proprio qui in Sicilia a Mazara del Vallo, dove Rosalia Garofalo è stata uccisa dal marito Marcello Vincenzo Frasillo, per gelosia dice lui, dopo aver subito per anni maltrattamenti e violenze. Secondo i dati raccolti nel rapporto Eures 2019 “Femminicidio e violenza di genere in Italia, viene uccisa una donna ogni tre giorni. Dall’1 agosto 2018 al 31 luglio 2019 ci sono stati 145 delitti in ambito familiare e affettivo di cui 92, oltre la metà, sono femminicidi. Ad ucciderle sono mariti, fidanzati e amici. Di questo fenomeno, in tutti i suoi aspetti, parlerà il prof. Nicola Malizia a Troina sabato 8 febbraio, alle ore 19, nel salone parrocchiale della chiesa San Matteo. Ma che cosa spinge un uomo ad uccidere una donna, a privarla del bene della vita che è il più importante per uomini e donne? In tutti i casi di femminicidi, che sono spesso giustificati da gelosia raptus e tempeste passionali, c’è il rifiuto da parte dell’uomo di accettare che la donna decida in piena autonomia di porre fine ad una relazione per diverse ragioni. Spesso sono relazioni tormentate e devastate da atti di persecuzione, maltrattamenti e violenze sessuali che la donna subisce dal suo compagno e che sfociano in brutali femminicidi. All’inizio sembrano relazioni piene di affetto e di amore, ma ben presto si trasformano in un inferno. I femminicidi sono preceduti sempre da reati che sono espressione di una violenza di genere, fisica e psicologica, con la quale si realizza il proposito di fare della donna un oggetto di proprietà esclusiva dell’uomo. L’indagine condotta dall’Istat e dal Cnr, con la collaborazione delle Regioni, sui servizi e le prestazioni erogati dai 338 centri antiviolenza e della case rifugio ha rilevato dei dati allarmanti sulla diffusione del fenomeno della violenza contro donne: nel 2018, hanno cercato aiuto nei centri antiviolenza 54.707 donne e sono state ospitate 1.786 donne nelle case rifugio. E’ vero che le donne hanno conquistato diritti civili, che un tempo erano a loro negati, ma è altrettanto vero che ancora ci sono ancora uomini, non tutti per fortuna ma non per questo ce ne debbiamo preoccupare di meno, che si arrogano il diritto di esercitare il potere sulle donne. La violenza contro le donne, definita dalla Convenzione di Istanbul adottata dal Consiglio dell’Unione Europea nel 2011 ed entrata in vigore nel 2014 definisce la violenza contro le donne “una forma di violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione nei confronti delle donne…che provocano danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica”. La Convenzione di Istanbul è uno di punti più alti di quel processo di maturazione della consapevolezza di quanto sia complesso il fenomeno della violenza sulle donne. E’ talmente complesso che deve essere affrontato sotto diversi aspetti per comprenderne le cause, contrastarlo e prevenirlo con misure adeguate. Sotto l’aspetto giuridico per la protezione e il sostegno delle donne che hanno subito violenza e per perseguire i colpevoli di atti persecutori nei confronti delle donne, che di frequente si concludono con la soppressione fisica delle donne, negli ultimi anni è stato prodotto un buon numero di leggi. L’ultima in ordine di tempo è la legge 69 del 2019, nota anche come ‘Codice rosso’, che accelera i processi giudiziari contro un uomo violento e introduce il reato di ‘revenge porn’, la porno vendetta, che consiste nella “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, senza il consenso della persona rappresentata. La porno vendetta viene utilizzata come strumento di pressione o di vendetta per l’appunto nei confronti delle donne quasi sempre alla fine di una relazione. Queste leggi intervengono dopo che le donne hanno subito la violenza. Il problema è di come prevenirla. La violenza nei confronti delle donne è un fenomeno che affonda le sue radici in una cultura millenaria patriarcale negatrice dell’identità e dell’autonomia femminile nella relazione tra uomini e donne a vantaggio del potere degli uomini. Si previene la violenza contro le donne cambiando radicalmente questa cultura, che, non essendo cosa facile, richiede un lavoro di lunga lena che impegna uomini e donne, ma soprattutto uomini.

Silvano Privitera