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Enna, il caso Rugolo a “Chi l’ha visto”. In seconda serata, fascia protetta

Enna – Stasera, alla trasmissione Chi l’ha visto, sarà il capo della Squadra Mobile di Enna, Antonino Ciavola a rivolgere un appello ad eventuali altre vittime di Giuseppe Rugolo, il prete arrestato ieri a Ferrara con l’accusa di violenza sessuale aggravata a danni di un giovane minorenne all’epoca dei fatti, e di altre due vittime. Già ieri il Procuratore della Repubblica di Enna, Massimo Palmeri, si era rivolto a chi sa e ha preferito tacere. Intanto emergono altri particolari dall’inchiesta che confermano che il Vscovo della Diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana sapeva delle violenze subite dal minore e che lo stesso Rugolo era stato costretto ad ammetterlo. Gisana lo avrebbe confermato nel corso della sua audizione come persona informata sui fatti ai Pm Stefania Leonte e Orazio Longo che seguono l’inchiesta. “Ho avviato l’indagine previa – dice il vescovo – perché lui effettivamente aveva ammesso. Ma era solo un seminarista”. Nessuno però informa l’autorità giudiziaria e questo porta a dire al giudice per le indagini preliminari, Maria Luisa Bruno, che dalla personalità di Rugolo emergerebbe un’inclinazione a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata in spregio ai principi del culto del quale egli è ministro. Gli inquirenti avrebbero trovato oltre 18 mila accessi a siti porno nel giro di pochi mesi, a qualunque ora giorno dell’ora e della notte, oltre che innumerevoli download di foto ritraenti uomini nudi ed atti sessuali. (Ansa)

Per dovere di informazione si riporta un articolo di Salvo Palazzolo per Repubblica
ENNA — Questa non è solo una storia di violenze in sacrestia. È, soprattutto, una storia di pesanti silenzi nella Chiesa di Piazza Armerina. In tanti sapevano delle pesanti attenzioni di don Giuseppe Rugolo nei confronti dei giovani dell’Azione Cattolica, ma per molto tempo nessuno è intervenuto.
Nel novembre del 2014, il giovane che per primo ha avuto la forza di rivolgersi alla polizia (la sua denuncia è nel dicembre 2020) si confida con un sacerdote, monsignor Pietro Spina: «Gli raccontai tutto — dice la vittima ai poliziotti della squadra mobile — ma dopo l’incontro, invece di allontanare Rugolo, decise di incontrarlo da solo. Poi, mi offrì un confronto a tre. Rugolo negò tutto, fu un incontro da toni molto accesi. Visto che continuava a negare gli dissi di giurare davanti a Dio e sul santissimo sacramento, ma lui si rifiutò. Alla fine, monsignor Spina appoggiò Rugolo e io venni visto come un visionario, un pazzo che aveva inventato tutto. Credo che per questo, all’epoca, non venne informato neanche il vescovo Pennisi».
La vittima non si arrende: «Dissi a monsignor Spina che non mi ero inventato nulla. Gli spiegai che sapevo di un prestito che lui aveva fatto a Rugolo, un prestito di 50 mila euro. Speravo che capisse la confidenza che avevamo, tanto da sapere cose delicate». Ma monsignor Spina ha continuato a difendere il sacerdote.
Nell’aprile 2015, il giovane incontra un altro prete della diocesi, monsignor Vincenzo Murgano: «Mi chiese come mai non ero più andato in parrocchia, a San Giovanni. All’epoca, non sapevo se entrare in seminario, mi propose di iniziare un percorso spirituale per capire se fossi pronto. Al secondo incontro, gli confidai quanto mi era accaduto, non riuscivo a tenere quel peso dentro».
Il giovane gli disse che il padre avrebbe voluto denunciare tutto alla procura: «Il monsignore mi consigliò di non procedere e di tentare di dimenticare quanto accaduto. Mi disse pure di non informare neanche il nuovo vescovo, Gisana».
Solo nel maggio 2016, un semplice parroco, don Giuseppe Fausciana, si attiva subito dopo aver saputo di quella storia di violenze. Avverte il vescovo, che incontra i genitori del giovane. Però, solo nell’agosto 2018, come ricorda la gip Bruno nel provvedimento, avviene l’incontro fra il giovane e Gisana, «il quale lo invitava — scrive la giudice — a presentare una denuncia agli organi ecclesiastici e di lì a poco avviava un’indagine previa, affidandola a due preti del tribunale ecclesiastico di Palermo». Un’indagine piuttosto blanda.
«L’istruttoria ecclesiastica — ricostruisce il gip — non avrebbe dato alcun esito, anche in ragione del fatto che alcuni testimoni non avevano risposto alla convocazione, così come aveva fatto lo stesso Rugolo». Insomma, al principale indagato bastò non presentarsi per fare cadere nel nulla la denuncia. E neanche il vescovo ha mai segnalato il caso alla magistratura. «Abbiamo appreso di questo caso solo quando la vittima ha presentato una denuncia alla polizia, nel dicembre 2020», conferma a Repubblica il procuratore di Enna Massimo Palmeri. «E ci siamo subito attivati».
La stessa sensibilità non hanno avuto alla diocesi di Piazza Armerina, dove ci si è preoccupati soltanto di mettere a posto le carte. Il vescovo, sentito in procura come testimone dopo che il caso è deflagrato sui media, ha detto: «Nel primo incontro che avemmo, Rugolo negò, successivamente ammise qualcosa. Confessò fatti poco gravi, solo successivamente ho capito che i fatti erano gravi. Sentito il racconto della vittima, ho convocato Rugolo e con severità gli ho contestato tutto». Ma, poi, tanta dichiarata severità si tradusse solo nell’inviare gli atti della blanda inchiesta di Palermo alla Congregazione per la dottrina delle fede, in Vaticano, che non poté far altro che archiviare. Perché formalmente il solo abuso che i giudici ecclesiali erano riusciti ad accertare riguardava il periodo in cui Rugolo era seminarista. Dunque, formalmente, fuori dalla giurisdizione ecclesiale.
Così, don Giuseppe fu solo allontanato da Enna. «Ci vennero offerti dei soldi da un avvocato — hanno raccontato i genitori della vittima — avremmo dovuto firmare una clausola di riservatezza». Soldi mai accettati. A dicembre, il sacerdote sperava di averla fatta franca: ha partecipato a un incontro di catechesi on line con il vescovo Gisana. Don Rugolo sperava di tornare presto in Sicilia. Confidando ancora nel silenzio della Chiesa di Piazza Armerina.

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