venerdì , Settembre 24 2021

A Troina presentato il libro: La sinistra italiana e il dilemma dei porcospini

A ricordarci del centesimo anniversario della nascita del Pci dalla scissione del Psi consumatasi al XVII congresso di Livorno nel gennaio del 1921, ci sono anche le molte iniziative editoriali di riviste e case editrici. Tra queste, il libro di Franco Garufi “La sinistra italiana e il dilemma dei porcospini. L’arte della frammentazione a cent’anni da Livorno”, pubblicato dalla casa editrice Istituto Poligrafico Europeo. Quei due grandi partiti di massa della sinistra italiana, Pci e Psi, che hanno avuto un ruolo non trascurabile nella storia dell’Italia dalla fine del secondo conflitto mondiale nella metà degli anni ’40 fino ai primi anni ’90 del Novecento, non ci sono più. Questo non vuol dire che la sinistra sia scomparsa. Ma è certo che permane quel tratto distintivo della sinistra italiana che è la tendenza alla scissione. E’ come il dilemma dei porcospini di cui parla Arthur Schopenhauer nei “Parerga e paralipomeni” richiamato nel titolo del libro di Garufi: il freddo li costringe a stare vicini, ma per il dolore provocato dalle spine che li pungono sono costretti ad allontanarsi. Quella di Livorno è stata la più drammatica, se si confrontano i contesti in cui queste scissioni sono maturate e consumate. Quella di Livorno avvenne negli anni in cui maturava il crollo dello stato liberale e delle sue istituzioni parlamentari e cresceva la violenta reazione fascista, che in pochi anni li travolse. Ma ce ne furono altre scissioni del Psi, come quelle dei riformisti di Turati nel 1922, di Saragat nel 1947 da cui nacque il Psdi e quella del 1964 che diede origine al Psiup. Psi e Psdi poi si misero insieme nel 1966, ma tre anni dopo si separarono. Gran parte del Psiup, dopo lo scioglimento nel 1972, aderì al Pci mentre una piccola fondò un piccolo partito, il Partito di unita proletaria, che andò a collocarsi in quella area a sinistra del Pci affollata di piccole formazioni fortemente ideologizzate in aspra competizione tra di loro e tutte comunque in forte polemica con il Pci, accusato di aver abbondonato gli ideali rivoluzionari e abbracciato la democrazia borghese. Per questi, si era avverata la profezia fatta nel congresso di Livorno da Turati rivolgendosi agli scissionisti che fondarono il Partito comunista d’Italia: “Se vorrete fare qualcosa che sia rivoluzionario davvero, voi sarete forzati a vostro dispetto (ma ci verrete con convinzione, perché siete onesti) a percorrere completamente la nostra via”. In verità anche a Gramsci, alcuni anni dopo, ripensò criticamente alla scissione di Livorno definita “il più grande trionfo della reazione”. Neppure il Pci era immune da questa tendenza alla scissione, che però teneva a freno molto bene grazie alla solida organizzazione che si era data con il centralismo democratico. Negli anni ’80 la contrapposizione tra Pci e Psi assunse fu molto aspra. Nel periodo che va dal dopoguerra fino ai primi anni ’90 del secolo scorso, la sinistra che con questi due partiti raccoglieva quasi la metà dei voti non riuscì ad esprimere una leadership di governo per il ritardo del Pci a liberarsi del modello politico, quello dell’egemonia, che non era compatibile con la democrazia parlamentare, e per le alleanze internazionali di questo partito. Nel riconsiderare queste vicende della sinistra, Garufi le intreccia con la sua esperienza di dirigente sindacale della Cgil. E lo fa con un approccio riconducibile ad una matrice culturale e politica al socialismo liberale di Carlo Roselli e al socialismo con forti venature azioniste di Riccardo Lombardi. Garufi non ha però lo sguardo rivolto al passato. “La sinistra consumerebbe il definitivo suicidio se scegliesse una linea che riporta all’indietro gli orologi della storia”, sostiene Garufi. Il libro di Garufi è una sollecitazione ad una riflessione collettiva della sinistra per cercare le risposte alle domande di rinnovamento della società complessa in cui viviamo: più equa distribuzione della ricchezza, misure incisive di politica sociale, tutela dei beni comuni come la salute e l’acqua, azioni incisive di lotta alla precarietà del lavoro e ampliamento dei diritti di cittadinanza.
Silvano Privitera