venerdì , Settembre 24 2021

Troina, riportata alla luce necropoli medievale che insiste sui ruderi di edifici del periodo greco-romano

Troina. Sta venendo fuori una vasta necropoli medievale dallo scavo che dal 2017 il Dipartimento delle civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina nell’area archeologica “Catena” sta conducendo, sotto la direzione di Caterina Ingoglia, docente di metodologia della ricerca archeologica, nell’ambito del progetto “ArcheoTroina”. In questa campagna di scavi, ancora in corso, Ingoglia si avvale della collaborazione di Lorenzo Zurla, ricercatore archeologo dello stesso Dipartimento in cui insegna Ingoglia, e di giovani archeologi. I risultati delle analisi al radiocabonio sui campioni di 5 degli scheletri individuati, indicano che quest’area della Catena è stata utilizzata come cimitero dal X al XVII secolo con una maggiore concentrazione nel XIII sec. L’area non è pianeggiante. La pendenza complica il lavoro degli archeologi perché, essendo soggetta al dilavamento verso il basso, rimescola gli strati di terreno. Il rimaneggiamento dovuto alla spoliazione dei ruderi antichi e lo sfruttamento agricolo più con alberi da frutti e orti, rendono ancora più difficile lo studio degli strati originari. Non sono stati ancora definiti i limiti di questo cimitero medievale, che insiste su un’area che aveva un’altra destinazione nelle antecedenti epoche ellenistica e romana più di millennio prima. Troina è di origini antichissime, che risalgono IV-III millennio a.C. Non a caso i re aragonesi Martino (diploma 23 agosto 1398) e Alfonso (Diploma del 25 luglio 1433) la fregiarono del titolo “civitas vetustissima” all’inizio del Quattrocento. In questo cimitero medievale, fino ad ora, sono state portate alla luce ben 36 tombe ad inumazione senza corredi funerari sulla nuda terra o in casse le cui pareti sono costituite da lastre. La presenza nell’area della Catena di sepolture successive all’interramento che ha coperto i ruderi di abitazioni del IV secolo d.C., era stata segnalata negli anni Sessanta del Novecento dall’archeologo dell’Università di Catania Elio Militello e negli anni Ottanta del Novecento dall’archeologo Giacomo Scibona dell’Università di Messina. Sullo scheletro pressoché integro ed un buono stato di conservazione di una donna adulta di 35 anni di età alla morte, di 150 cm di statura, vissuta nella prima metà del Duecento, hanno condotto un’analisi paleopatologica Elena Varotto e Francesco Maria Galassi del College of humanities, arts and social sciences della Flinders University, Adelaide, Australia.

I risultati dell’analisi che i due paleopatologi hanno condotto assieme agli archeologi Ingoglia e Zurla sono pubblicati sul numero di agosto di quest’anno della rivista scientifica Archaeological and Anthropological Sciences in lingua inglese. Da un’analisi antropologica e paleopatologia completa dello scheletro rinvenuto è stato accertato che la donna soffriva di una malattia ai piedi, dai medici chiamata con il nome scientifico di “coalizione tarsale calcaneo-navocolare bilaterale”, che consiste in una sorta di saldatura di alcune ossa del piede. E’ il primo caso italiano nella ricerca di paleopatologia. Altri scheletri datati al radio carbonio attorno tra il 1224 e 1273 sono stati studiati e i risultati di questo studio sono pubblicati sulla rivista annuale del 2020 “Cronache dell’archeologia” dell’Università di Catania.
Silvano Privitera