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Diffamazione a danno di Alfonso Cicero, ecco perchè l’on.Alloro e Falzone sono stati condannati: le motivazioni

Le motivazioni della sentenza: Alloro e Falzone condannati per avere condotto una campagna denigratoria ai danni di Cicero (ex presidente dell’Irsap) “volta a minarne la credibilità professionale e la reputazione dinanzi all’opinione pubblica, ricorrendo ad affermazioni non veritiere e dal contenuto oggettivamente infamante”.

Sono state depositate, in questi giorni, le motivazioni della sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello di Caltanissetta, il 29 giugno 2021, nei confronti dell’ennese on. Mario Alloro, difeso dall’avv. Walter Tesauro, e del nisseno Totò Falzone, difeso dall’avv. Salvatore Domante, per diffamazione aggravata ai danni di Alfonso Cicero, al tempo dei fatti presidente dell’Irsap, parte civile nel processo, difeso dall’avv. Annalisa Petitto.

Alloro, è stato condannato per avere dichiarato nel 2015, a mezzo stampa e sul suo profilo facebook, che Cicero aveva propalato farneticazioni e, altresì, che avesse chiesto personalmente voti con la scorta a seguito, nella città di Enna, in occasione della campagna elettorale per le elezioni amministrative. Falzone, è stato condannato per diffamazione aggravata per avere postato nel 2015 su facebook un commento con il quale accusava, contrariamente al vero, che Cicero avesse affidato in modo illecito incarichi legali a soggetti esterni dell’Irsap.

Dalle motivazioni della sentenza emerge che Alloro e Falzone, nel 2015, a mezzo stampa e facebook, hanno condotto una campagna denigratoria ai danni di Cicero “volta a minarne la credibilità professionale e la reputazione dinanzi all’opinione pubblica, ricorrendo ad affermazioni non veritiere e dal contenuto oggettivamente infamante”.

Nella sentenza emerge, altresì, che le affermazioni contenute negli articoli di stampa e post pubblicati su facebook “risultano, ictu oculi, intrinsecamente lesive dell’onore e della reputazione ove si consideri che le espressioni utilizzate sia da Alloro che da Falzone non appaiono soltanto offensive, ma bensì anche calunniose, laddove attribuiscono a Cicero una condotta contra legem, nel periodo in cui egli ricopriva un’alta carica istituzionale, ove si consideri che Alloro ha attribuito alla persona offesa il fatto specifico di essersi recato ad Enna per fare campagna elettorale e reperire voti con la scorta al seguito, e il Falzone, dal canto suo, ha dichiarato che Cicero operava contra legem nel conferire incarichi legali esterni all’IRSAP. Circostanze, entrambe, storicamente non accertate in seguito al primo grado di giudizio”.

Inoltre, dalla sentenza si rileva che “dalla verifica dibattimentale è emerso in modo inequivocabile la non veridicità delle affermazioni di Alloro circa la presenza della persona offesa ad Enna per ragioni connesse alla campagna elettorale, sia in ordine alle modalità del conferimento degli incarichi ai legali rappresentate dal Falzone, atteso che Cicero si limitava a sottoscrivere i mandati in qualità di Presidente del C.d.A. e in linea con quanto prescritto dalla normativa vigente. Del resto, dalle complessive emergenze processuali acquisite nel primo grado di giudizio è con chiarezza emerso che gli imputati hanno condotto una campagna denigratoria nei confronti del Cicero volta a minarne la credibilità professionale e la reputazione dinanzi all’opinione pubblica, ricorrendo ad affermazioni non veritiere e dal contenuto oggettivamente infamante”.

La Corte di Appello, che ha giudicato “infondate le argomentazioni sostenute” nel corso del processo da Alloro e Falzone, nella sentenza afferma “non è possibile considerare il fatto né episodico né tanto meno di modesto allarme sociale, stante la maggiore potenzialità offensiva nei confronti della collettività delle modalità della condotta, che esprimono anche una certa intensità del dolo, oltre che una proclività di Alloro verso comportamenti antisociali e, comunque, contra legem”.