Pil 2026, la Cgia boccia Enna: crescita negativa mentre il Nord accelera
Enna-Cronaca - 07/01/2026
Le previsioni economiche della CGIA di Mestre sul Prodotto interno lordo per il 2026 delineano uno scenario di crescita debole per l’Italia, con forti divari territoriali che penalizzano ancora una volta il Mezzogiorno e, in particolare, alcune province siciliane. Tra queste figura Enna, indicata come una delle pochissime realtà italiane con una variazione negativa del PIL rispetto al 2025.
Secondo l’Ufficio studi della CGIA, nel 2026 il PIL nazionale in termini nominali supererà i 2.300 miliardi di euro, con un incremento di circa 66 miliardi (+2,9%). In termini reali, al netto dell’inflazione, la crescita si fermerebbe allo 0,7%, sostenuta soprattutto dalla ripresa dell’export (+1%) e dalla tenuta dei consumi delle famiglie (+0,6%) e della Pubblica amministrazione (+0,5%). Più debole, invece, la dinamica degli investimenti, in rallentamento rispetto al 2025.
Sicilia sotto la media nazionale
A livello regionale, il quadro resta poco incoraggiante per la Sicilia. La crescita prevista per l’Isola si attesta attorno al +0,28%, collocandola nelle ultime posizioni della graduatoria nazionale, davanti soltanto a Basilicata e Calabria. Un dato che conferma le difficoltà strutturali dell’economia siciliana, ancora fortemente dipendente dalla spesa pubblica, dai consumi interni e da settori a basso valore aggiunto.
Il confronto con le regioni più dinamiche del Centro-Nord è netto: l’Emilia-Romagna guida la classifica con una crescita prevista dello 0,86%, seguita da Lazio, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. A trainare queste aree sono la solidità del comparto manifatturiero, l’export, l’innovazione tecnologica e un mercato del lavoro più reattivo.
Il caso Enna: crescita zero e segno meno
Ancora più critico è il dato che riguarda la provincia di Enna. Secondo la CGIA, nel 2026 il PIL ennese registrerebbe una lieve contrazione (-0,02%), rendendola, insieme a Ragusa (-0,05%), una delle sole due province italiane con segno negativo. Un dato simbolicamente rilevante, che fotografa una fragilità economica persistente.
Il rallentamento di Enna si inserisce in un contesto provinciale caratterizzato da un tessuto produttivo poco diversificato, da una presenza industriale limitata e da un’elevata incidenza di microimprese a bassa capitalizzazione. A ciò si aggiungono dinamiche demografiche sfavorevoli, con un costante calo della popolazione e un’emigrazione giovanile che impoverisce il capitale umano.
Com’è strutturata l’economia ennese
Secondo dati Istat, Unioncamere e Banca d’Italia, l’economia della provincia di Enna poggia principalmente su tre pilastri: agricoltura, servizi e pubblica amministrazione.
L’agricoltura rappresenta ancora un comparto rilevante, soprattutto nella cerealicoltura e nelle produzioni tradizionali, ma soffre di bassa redditività, scarsa innovazione e forte esposizione ai costi energetici e climatici.
Il terziario è dominato da commercio, servizi alla persona e pubblica amministrazione. Quest’ultima ha un peso superiore alla media nazionale, fungendo spesso da ammortizzatore occupazionale, ma senza generare crescita strutturale.
Il settore industriale, invece, è marginale: mancano filiere produttive consolidate, poli manifatturieri e grandi imprese capaci di trainare l’indotto. L’artigianato, pur diffuso, è frammentato e spesso orientato al mercato locale.
Tra i punti di forza, Enna può contare su una posizione geografica centrale in Sicilia, su un patrimonio culturale e ambientale ancora in parte inesplorato e sulla presenza dell’Università Kore, che rappresenta un potenziale volano per innovazione, formazione e servizi avanzati. Tuttavia, questi elementi non si sono ancora tradotti in un effetto moltiplicatore stabile sull’economia locale.
Uno scenario nazionale fragile
Nel quadro complessivo, la CGIA sottolinea come l’Italia continui a mostrare difficoltà nel consolidare una crescita strutturale. La fine della spinta del PNRR, con la scadenza dei fondi prevista entro l’estate, rischia di accentuare queste criticità. Il problema, evidenzia l’analisi, non è solo congiunturale ma strutturale: produttività stagnante, burocrazia inefficiente, pressione fiscale elevata e carenza di investimenti in capitale umano.