Mafiosi liberi e tutele ridotte per chi denuncia, l’allarme di Trovato: “Messaggio devastante”
Enna-Cronaca - 31/01/2026
La revoca o il ridimensionamento delle misure di protezione per imprenditori che hanno denunciato estorsioni mafiose e fenomeni corruttivi continua a sollevare forti preoccupazioni in provincia di Enna. In un territorio dove la presenza criminale non può dirsi superata, tali decisioni rischiano di produrre effetti destabilizzanti sul piano della sicurezza e della credibilità dell’azione antimafia.
L’analisi di Trovato
A lanciare l’allarme è il giornalista José Trovato, da anni impegnato in prima linea sul fronte dell’antimafia e lui stesso vittima di intimidazioni. La sua riflessione parte da un dato di fatto: le denunce presentate negli ultimi anni hanno inciso su interessi mafiosi strutturati, contribuendo a indagini e processi rilevanti contro Cosa Nostra ennese. Un’esposizione che, secondo Trovato, non può essere considerata esaurita con il semplice trascorrere del tempo.
«La storia delle mafie insegna che il rischio non si spegne per decorrenza amministrativa», osserva. «Le capacità ritorsive non seguono scadenze formali né logiche lineari».
Mafiosi tornati in libertà
Il quadro, secondo il giornalista, appare oggi ancora più delicato alla luce del mutato contesto criminale. In provincia di Enna, infatti, numerosi soggetti ritenuti socialmente pericolosi sono tornati in libertà, un elemento che riattualizza in modo concreto il rischio per chi ha collaborato con la giustizia. «Non si può far finta che questo non cambi le condizioni di sicurezza», sottolinea Trovato. «È un dato oggettivo che dovrebbe indurre a rafforzare le tutele, non a ridurle».
Le misure di protezione, ricorda, erano state disposte a seguito di minacce specifiche e di un riconoscimento formale dell’elevata pericolosità del contesto. Leggere l’assenza di episodi recenti come un segnale di attenuazione del rischio rappresenta, secondo Trovato, una distorsione ben nota agli analisti della sicurezza. «Spesso – spiega – quella “assenza” è il risultato diretto della protezione stessa. Togliere la tutela perché non succede nulla significa confondere la causa con l’effetto».
La protezione a tempo
Il punto, chiarisce, non riguarda singole decisioni amministrative, ma l’impostazione complessiva. «Il messaggio che passa è devastante: denunciare sì, ma con una protezione a tempo determinato, revocabile anche quando il contesto criminale non è stato affatto neutralizzato».
Le conseguenze, avverte Trovato, vanno ben oltre i singoli casi. Un simile approccio rischia di incidere sull’intero movimento antiracket, scoraggiando nuove denunce e minando la fiducia nella capacità dello Stato di garantire una tutela reale e duratura a chi rompe il muro dell’omertà. «Se chi denuncia percepisce di poter restare solo – afferma – il sistema si indebolisce, e con esso la lotta alle mafie».
La sicurezza per pochi
La tutela degli imprenditori che denunciano, conclude, non è una misura individuale, ma uno strumento essenziale di politica antimafia. Indebolirla proprio mentre gli equilibri criminali sul territorio peggiorano – con una provincia di Enna attraversata da dinamiche imposte in larga parte da Catania e dal clan Santapaola – significa assumersi una responsabilità enorme. «Qui non è in gioco solo la sicurezza di pochi», avverte Trovato, «ma la credibilità complessiva dello Stato nella sua capacità di contrastare davvero le mafie».