Mafia ad Agira, 18 anni al boss Scaminaci, ci sono altre 7 condanne e 2 assoluzioni
Agira - 26/02/2026
Giovanni Scaminaci torna al centro di una sentenza pesante. Diciotto anni e otto mesi di reclusione: è la condanna inflitta dal gup del Tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, al termine del giudizio abbreviato scaturito dall’operazione “Cerere”, l’inchiesta sulla mafia rurale della Polizia coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia nissena che nel febbraio 2025 aveva acceso i riflettori su un presunto tentativo di riorganizzazione mafiosa ad Agira, in provincia di Enna.
Le altre condanne
Nel processo sono stati condannati anche il fratello Antonio Scaminaci, a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni (con esclusione dell’aggravante mafiosa e assoluzione per un capo), Luigi Campagna a 4 anni e 8 mesi, Vincenzo D’Agostino a 3 anni, Nello Galati Sardo a 6 anni, 2 mesi e 20 giorni, Michele Antonino Grasso a 4 anni e 8 mesi, Alessio Russo Papo a 5 anni e Gaetano Salimeni a 3 anni e 4 mesi. Assolti Giuseppe Grasso e Mario Tuttobene.
La tesi di Condorelli
Per la Dda, rappresentata in aula dal pm Roberto Condorelli, Scaminaci era il referente locale del clan catanese Santapaola, l’uomo chiamato a riaffermare l’autorità mafiosa nel territorio dopo avere scontato otto anni di carcere per una precedente condanna nel processo “Green Line”. Un ritorno sulla scena che, secondo l’accusa, si sarebbe tradotto in pressioni, intimidazioni e richieste estorsive nel settore agricolo.Il giudice ha riconosciuto la responsabilità penale di Scaminaci, applicando la continuazione con una precedente sentenza definitiva della Corte d’Appello di Caltanissetta. Oltre alla pena detentiva sono state disposte l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la libertà vigilata per tre anni a fine pena e la revoca di eventuali benefici assistenziali.
L’inchiesta
L’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile di Enna, aveva preso il nome di “Cerere”, la dea legata alla terra. Secondo la ricostruzione accusatoria, Scaminaci avrebbe imposto la propria influenza attraverso richieste simbolicamente e concretamente significative: cinque metri cubi di calcestruzzo a un’impresa impegnata nei lavori della strada comunale Pietralonga-Spinapulici; la cessione di 14 ettari di terreno in contrada Ponte Mangiagrilli per il pascolo. Episodi che, per la Dda, non erano fatti isolati ma tasselli di una strategia di controllo del territorio.
La difesa: Scaminaci fuori da Cosa nostra
La difesa, affidata all’avvocato Sinuhe Curcuraci, ha sostenuto invece che l’imputato si fosse progressivamente allontanato da Cosa Nostra dopo la detenzione. Davanti al gip, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Scaminaci aveva dichiarato di non fare più parte di alcuna consorteria mafiosa. Secondo i legali, negli ultimi anni non sarebbero emersi contatti con ambienti mafiosi.Il verdetto di primo grado, pur non accogliendo integralmente l’impostazione dell’accusa su tutti i profili, conferma la centralità della figura di Giovanni Scaminaci nel quadro ricostruito dagli investigatori.
Verso l’appello
L’operazione “Cerere”, al momento degli arresti nel febbraio 2025, era stata presentata come il segnale di un tentativo di ricompattare equilibri criminali in un’area ritenuta storicamente sensibile agli assetti di Cosa Nostra.Adesso la vicenda giudiziaria proseguirà in Appello. Ma il primo grado consegna già un punto fermo: secondo il Tribunale, ad Agira vi fu un progetto di pressione e influenza sulle attività economiche locali, con Giovanni Scaminaci indicato come perno dell’intero sistema.