Referendum, Enna dice No ma a maggio sarà un’altra storia
Enna-Cronaca - 24/03/2026
C’è un modo sbagliato di leggere il risultato del referendum sulla giustizia. Ed è quello di trasformarlo in qualcosa che non è: un segnale politico compatto, una profezia sulle urne di maggio, una resa dei conti anticipata. I numeri parlano chiaro, ma vanno letti con la giusta distanza.
Nel capoluogo il No ha raccolto il 65% dei voti. Un margine che non lascia spazio a interpretazioni di comodo: il responso è netto, non si tratta di uno scarto millimetrico da decifrare con le lenti di ingrandimento. Il trend si è sostanzialmente confermato anche nel resto della provincia. Fin qui, i fatti.
L’affluenza che dice tutto e qualcosa di più
Ma c’è un dato che merita attenzione forse più del risultato in sé: l’affluenza nella provincia di Enna si è fermata al 47,44%. Sotto la media nazionale, che ha raggiunto il 58,9%. Quasi dodici punti di distanza che non si spiegano con la stanchezza civica o con il caldo. Raccontano qualcos’altro.
Il referendum era sostenuto con forza dal centrodestra, che aveva fatto del Sì una bandiera. Eppure la sua base elettorale non si è mobilitata in misura adeguata. Qualcosa non ha funzionato nella catena di trasmissione tra la dirigenza e il popolo dei partiti. I penalisti, schierati a favore del Sì, hanno fatto la loro parte ma sarebbe ingeneroso aspettarsi da loro una capacità di penetrazione che non appartiene alla loro natura.
Sul fronte opposto, il centrosinistra ha dimostrato ancora una volta una capacità organizzativa che non va sottovalutata. Struttura, rete, comunicazione: laddove le forze progressiste hanno saputo presidiare il territorio, i risultati si sono visti.
Il profilo di chi ha votato No
C’è un elemento sociologico che aiuta a capire l’esito. L’elettore che, per convenzione, possiamo definire moderato è, per sua natura, meno ideologizzato di quello progressista. Non vota per totem, non sente l’urgenza di difendere simboli. Il progressista, invece, ha nella Costituzione uno di quei riferimenti irrinunciabili: un valore fondante, non negoziabile. Di fronte a un quesito percepito come potenzialmente lesivo di quei principi, la risposta è stata quasi riflessa.
Ma ridurre il No a un fatto identitario sarebbe riduttivo. Nel risultato si legge anche qualcosa di più concreto, più viscerale. È un messaggio al governo nazionale.
Il messaggio che sale dal Sud
Calato nel paradigma ennese, e siciliano, il voto assume una sfumatura che sarebbe un errore ignorare. Le strade dissestate, le infrastrutture che andrebbero rifatte da capo, i servizi che si assottigliano, i fondi che prendono la direzione dello Stretto di Messina mentre qui i ponti, quelli veri, quelli di cemento e ferro che collegano i paesi, cadono a pezzi: tutto questo è sotto gli occhi di chiunque. La gente non dimentica. E quando ha la matita in mano, esprime anche ciò che non riesce a dire altrove.
Non è detto che questa frustrazione si traduca in un voto organizzato di protesta. Ma è un sottofondo presente, reale, che i partiti di governo farebbero bene a non liquidare con i comunicati di rito.
Attenzione agli entusiasmi prematuri
Ed eccoci al punto più delicato. Nel centrosinistra ennese circola già la convinzione che questo risultato referendario possa anticipare le elezioni amministrative di maggio nei Comuni al voto: Enna, Valguarnera, Nicosia, Pietraperzia, Centuripe, Agira. È una lettura comprensibile. È anche, però, una lettura rischiosa.
Il referendum è un voto di opinione. Si sceglie su un’idea, su un principio, su una posizione rispetto a un quesito astratto. Non si sceglie un volto, non si sceglie chi gestirà la manutenzione delle strade, chi deciderà dove mettere i fondi per le scuole, chi risponderà al telefono quando il cittadino ha un problema. Il referendum non ha un’appendice di responsabilità diretta: si esprime, e poi è finita lì.
Le amministrative, invece, sono un’altra cosa. Sono altra carne, altra pasta.
Perché maggio è un’altra partita
Nelle comunità piccole, e quelle ennesi lo sono, nella gran parte, la mobilitazione elettorale ha meccanismi propri, difficilmente riproducibili in un voto di ordine nazionale. Ogni lista porta con sé un reticolo di relazioni, di famiglie, di storie personali. Ogni candidato al Consiglio comunale è qualcuno che si conosce: il cugino, il vicino di casa, il vecchio compagno di scuola. Questo genera una spinta alla partecipazione che non ha paragoni con nessun’altra consultazione.
L’affluenza di maggio sarà alta. Quasi certamente più alta di quella del referendum. E questo cambia tutto: perché rimescola le carte, riporta al centro fasce di elettorato che nei referendum restano a casa, introduce variabili legate al candidato, al programma, alla fiducia personale.
I cittadini sceglieranno il loro sindaco, il loro leader, la persona che guiderà il territorio per i prossimi cinque anni. Dalla viabilità alla refezione scolastica, dall’illuminazione pubblica alla gestione dei rifiuti. Scelte concrete, tangibili, che incidono sul quotidiano in modo diretto. Niente a che vedere con la logica binaria di un referendum.
La lezione da non dimenticare
Il No ha vinto. È un dato reale, da prendere sul serio. Ma l’errore più grande che i partiti, tutti i partiti, potrebbero commettere è quello di usarlo come una clava o come uno scudo.
Il centrodestra deve interrogarsi sulla propria capacità di mobilitazione e sulla distanza che sembra essersi aperta tra classe dirigente e base. Il centrosinistra deve resistere alla tentazione di trasformare un risultato referendario in un viatico elettorale.
Maggio è vicino. Le urne locali hanno la loro grammatica, i loro ritmi, le loro sorprese. Chi pensa di poter anticipare l’esito sulla scorta di quanto accaduto domenica scorsa rischia di arrivare sprovvisto di fronte a una partita che si gioca con regole completamente diverse.
I numeri del referendum sono storia. Quelli delle amministrative sono ancora da scrivere.