La violenza giovanile nell’Ennese coperta dall’omertà della comunità: ecco come uscirne
Enna-Cronaca - 01/04/2026
Negli ultimi anni assistiamo con crescente preoccupazione a episodi di violenza giovanile che scuotono profondamente non solo le famiglie coinvolte, ma l’intera comunità.
La violenza nell’Ennese
Quanto accaduto nell’Ennese in questi ultimi tempi è allarmante: l’ultimo episodio risale ad una decina di giorni fa quando in una discoteca di Enna è andato in scena uno scontro da due bande giovanili, una del capoluogo ed una di Piazza Armerina. Il bilancio si è chiuso con due ragazze ferite, una al torace, l’altra ci ha rimesso il setto nasale.
Il silenzio della comunità
Tuttavia, accanto a questi fenomeni, emerge un elemento altrettanto inquietante: il silenzio collettivo. Un’omertà diffusa, sottile, spesso giustificata, che rischia di diventare terreno fertile per la reiterazione della violenza stessa.
Dal punto di vista psicologico, il silenzio non è mai neutro. È una posizione. È una scelta, consapevole o meno, che comunica qualcosa. Quando una comunità sceglie di non vedere, di minimizzare o di “non immischiarsi”, trasmette implicitamente un messaggio ai giovani: ciò che accade non è così grave, oppure non riguarda davvero nessuno.
Ma perché si crea questa omertà?
Una delle radici principali è la paura. Paura di ritorsioni, di esporsi, di diventare bersaglio. In contesti sociali fragili o percepiti come tali, il bisogno di protezione personale prevale sul senso di responsabilità collettiva. A questa si aggiunge una forma di disimpegno morale: “non è mio compito”, “ci penseranno altri”, “sono ragazzi, è sempre successo”.
Un altro fattore rilevante è la normalizzazione della violenza. Quando episodi aggressivi diventano frequenti, rischiano di perdere il loro carattere di eccezionalità. Ci si abitua, si abbassa la soglia di allarme, si sviluppa una sorta di anestesia emotiva. In questo modo, ciò che dovrebbe indignare finisce per essere tollerato.
Non va poi sottovalutata la difficoltà degli adulti nel riconoscere e interpretare i segnali di disagio giovanile. La violenza, infatti, raramente nasce dal nulla: è spesso espressione di frustrazione, esclusione, mancanza di strumenti emotivi. Tuttavia, leggere questi segnali richiede competenze, tempo e disponibilità all’ascolto, risorse che non sempre sono presenti o valorizzate nei contesti comunitari.
L’omertà ha conseguenze profonde
Per le vittime, rappresenta una seconda ferita. Non essere visti, non essere difesi, non essere riconosciuti amplifica il trauma. Si incrina il senso di sicurezza e di fiducia negli altri, elementi fondamentali per uno sviluppo psicologico sano.
Per i giovani autori di violenza, invece, il silenzio può trasformarsi in una conferma implicita. L’assenza di limiti chiari e di una risposta sociale coerente riduce le possibilità di presa di coscienza e di responsabilizzazione. In altre parole, si perde un’occasione educativa cruciale.
Infine, per la comunità nel suo insieme, l’omertà erode il tessuto sociale. Indebolisce i legami, alimenta la sfiducia e contribuisce a creare ambienti in cui il senso di appartenenza viene sostituito dall’indifferenza.
Cosa possiamo fare, allora?
Il primo passo è riconoscere il problema. Dare un nome al silenzio, smascherarne le giustificazioni, portarlo alla luce. È necessario promuovere una cultura della responsabilità condivisa, in cui ciascun membro della comunità si senta parte attiva e non spettatore passivo.
Fondamentale è anche investire nell’educazione emotiva dei giovani, ma anche degli adulti. Imparare a riconoscere le emozioni, a gestire la rabbia, a chiedere aiuto sono competenze che si costruiscono nel tempo e che devono essere sostenute da scuola, famiglia e contesti sociali.
Le istituzioni, dal canto loro, devono garantire spazi sicuri di segnalazione e intervento, tutelando chi trova il coraggio di esporsi. La protezione di chi rompe il silenzio è un elemento chiave per interrompere il ciclo dell’omertà.
Infine, è necessario recuperare il valore della presenza adulta. Non un controllo autoritario, ma una vicinanza attenta, coerente, capace di porre limiti e allo stesso tempo di accogliere.
Il silenzio può sembrare una forma di difesa, ma nel lungo periodo diventa complicità. E ogni volta che scegliamo di non vedere, di non intervenire, di non prendere posizione, contribuiamo – anche involontariamente – a lasciare soli i più vulnerabili. Rompere l’omertà non è semplice. Ma è un atto profondamente educativo e, soprattutto, umano.
Jlenia Baldacchino-Psicoterapeuta e psicologa