“Il vecchio era De Rose, il nuovo Crisafulli”, un ex fedelissimo di Dipietro racconta la disfatta


Lo incontriamo a margine di una giornata ancora sospesa tra i bilanci del voto e le prime mosse della nuova amministrazione. È uno di quelli che quella stagione l’ha vissuta dall’interno, per anni: un esponente del Governo di Maurizio Dipietro, l’ormai ex primo cittadino di Enna che ha lasciato la fascia tricolore a Mirello Crisafulli, l’uomo che sconfisse nel 2015. Una sorta di chiusura di un cerchio politico lungo 11 anni.

L’ex amministratore dipietrista parla con la cautela di chi conosce i rischi delle parole, ma anche con la franchezza di chi non ha più nulla da perdere — o da guadagnare — da un silenzio di convenienza. «Una disfatta elettorale di tali proporzioni», esordisce, «deve necessariamente avere una moltitudine di cause.» E di cause, in effetti, ne elenca tante.

La stanchezza e il tempo che passa

La prima, dice, è quasi fisiologica. «C’è stata una stanchezza dell’elettorato insieme a una voglia di cambiare in un tempo in cui tutto si consuma molto in fretta.» L’era Dipietro, ricorda, si era aperta quando a Palazzo Chigi sedeva ancora Renzi — «nella percezione degli eventi politici, un paio di ere geologiche addietro» — e si era chiusa con Meloni, dopo aver attraversato i governi Conte, il Salvini dei pieni poteri, i tecnocrati di Draghi. Una durata senza precedenti nella storia cittadina: l’unico sindaco rieletto dopo l’introduzione dell’elezione diretta, Alvano, aveva retto meno di sei anni per via di un voto di sfiducia che aveva quasi azzerato il secondo mandato. Ma la stanchezza non spiega tutto. E il nostro interlocutore lo sa bene.

De Rose non era Dipietro

Il punto dolente è la natura stessa della candidatura. «La candidatura De Rose presenta caratteristiche tali da non potersi sic et simpliciter qualificare come continuazione della precedente esperienza», dice, scegliendo le parole con cura. E non si tratta solo di storie personali diverse: Dipietro aveva preso le distanze da un ventennio dalla leadership del suo partito, conducendo «dure battaglie politiche contro di essa sui temi dei rifiuti e dell’acqua». De Rose, pochi mesi prima del voto, saliva sul palco della Festa dell’Unità «alla corte di quella leadership a mo’ di assessore in pectore», insieme a Michele Sabatino e Marinella Adamo — entrambi poi davvero nominati assessori.

C’è poi un altro filo, meno raccontato, che la fonte tira con decisione: quello che porta all’ex onorevole Mario Alloro. Da quando non ha avuto più un suo rappresentante in giunta — il figlio Francesco — Alloro ha posizionato la sua consigliera Emilia Lo Giudice «tra le fila dell’opposizione, con cui ha sempre votato sino all’ultima seduta di consiglio comunale». «E sarebbe singolare», osserva il nostro interlocutore con un mezzo sorriso, «che un’espressione dell’opposizione possa essere considerata la naturale prosecuzione di una lunga esperienza amministrativa.»

Il ritiro dei pretendenti e il vento che girava

A complicare il quadro, nel 2026 mancava qualcosa che nel 2015 aveva funzionato: la percezione, da parte dell’elettorato, che le alternative a Crisafulli fossero davvero credibili. Quindici anni fa c’erano Dipietro, Girasole e il candidato dei Cinque Stelle Solfato. Quest’anno, invece, «un’analoga percezione non si è affermata nel corpo elettorale». E non ha aiutato il ritiro, in nome dell’unità della coalizione, di due pretendenti alla poltrona di piazza Coppola: Paolo Gargaglione e Giovanni Contino.

Il primo, eletto dalla coalizione Dipietro alla presidenza del consiglio comunale, aveva rotto già nel 2021 con la maggioranza, inseguendo per anni l’obiettivo di candidarsi per il PD, salvo essere poi «abbandonato da Crisafulli all’atto della candidatura a sindaco». Il secondo era legato a Crisafulli e ai suoi «storici amici imprenditori da importanti rapporti professionali» — tra l’altro, progettista e direttore dei lavori del campus universitario di Crisafulli. «È possibile, ed anche comprensibile», concede la fonte, «che l’elettore medio non li abbia percepiti come credibili alternative allo stesso Crisafulli.»

La coalizione civica che non c’era più

C’è un aspetto che il nostro interlocutore tiene a chiarire, e che considera spesso frainteso nel dibattito post-voto. Dipietro aveva vinto due volte «alla testa di liste civiche, all’interno delle quali avevano trovato ospitalità singole personalità con storie di partito, più o meno equamente divise tra partiti di centro, di destra e di sinistra». De Rose è stato invece «espressione di una coalizione di centrodestra — MPA, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati — con una spruzzatina di un civismo d’antan».

Questa scelta, ragiona la fonte, «ha probabilmente indotto qualcuno dei sostenitori di Dipietro a interrompere il percorso sino ad allora fatto». Qualcuno ha «fiutato il vento» — «e in politica rimane una dote, con buona pace di ogni valutazione etica». Non a caso, la presa di distanza di due assessori della giunta Dipietro nell’ultimo mese di mandato — Vasapollo e De Luca — «si spiega meglio in una logica di prospettive future che in termini di disagi di quel presente».

Le faide che hanno distrutto tutto

Ma la ragione principale della disfatta, quella che il nostro interlocutore indica con maggiore convinzione, è un’altra. Ed è interna. «Il grosso dell’esperienza amministrativa Dipietro è traslocata armi e bagagli nell’avventura De Rose con tutto il suo portato di esperienze e di vissuto del decennio trascorso.» Ed è proprio lì, dentro quel «corpaccione molle e vario», che va cercata la radice della sconfitta.

«Non è un mistero che i rapporti tra molti dei protagonisti dell’amministrazione uscente fossero, tra loro, ai minimi termini.» Anni di guerre intestine, con «dimissioni, rientri in maggioranza, fuoriuscite a seguito di perdita della poltrona, comunicati stampa critici nei confronti di un’amministrazione nella quale si stava sino al giorno precedente, quando non addirittura insulti personali». Il risultato: una «sfiducia» sedimentata nel corpo elettorale. «La sensazione che l’armonia ritrovata la settimana precedente la presentazione delle liste fosse ispirata più dal desiderio di conservare la poltrona che da un nuovo patto di governo» ha finito per diffondere l’impressione che «la pratica di esercizio del potere fine a se stesso fosse una prerogativa più della coalizione De Rose che di quella Crisafulli — per quanto paradossale possa sembrare un’affermazione del genere.»

Le liste: il colpo di grazia

A chiudere il cerchio ci ha pensato la composizione delle liste. «Crisafulli ha avuto l’indiscutibile merito di miscelare la sua immagine — non certo freschissima — con tante candidature giovani», mentre De Rose «ha messo in campo liste costruite per perpetuare la presenza in consiglio di tante personalità che occupano gli scranni di sala Euno da decenni.»

I numeri sono stati impietosi. Tra gli eletti di Crisafulli, sette neo consiglieri al primo mandato; nessuno tra quelli di De Rose. L’età media degli eletti racconta, da sola, il senso della serata del 25 maggio. «Ed alla fine il vecchio è sembrato De Rose e il nuovo Crisafulli», chiosa la fonte, con una sintesi che ha il sapore di un epitaffio.

Il paradosso delle opere

Resta un ultimo nodo, forse il più doloroso. Gli undici anni di governo Dipietro hanno prodotto «opere realizzate che non hanno eguali negli ultimi trent’anni della storia cittadina» — e questa, precisa la fonte, «è un fatto, non un’opinione». Eppure quella parte della coalizione uscente non ne ha ricavato alcun dividendo elettorale.

Perché? «Quella coalizione è stata caratterizzata nell’ultimo quinquennio da faide intestine che l’hanno delegittimata agli occhi dell’elettorato, che ha dunque punito i maggiori responsabili delle faide» — quelli che erano anche «gli elementi di maggior spicco della coalizione, presenti in consiglio comunale dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso»: Campanile, Contino e Ferrari, «tutti e tre assessori a più riprese nel corso degli undici anni». Il loro risultato sommato «non raggiunge le preferenze del solo Marco Greco». Le loro liste «non hanno raggiunto il quorum».

Un verdetto senza appello. Pronunciato non da un avversario, ma da qualcuno che quella stagione l’ha vissuta dall’interno.