lunedì , Gennaio 25 2021

25 Aprile. Giacomo Lisacchi di Villapriolo, bersagliere VIII° Reggimento ciclisti

Villarosa. Il sacrificio dei suoi figli migliori, degli ultimi soldati del Re, l’Italia il 25 aprile lo ha sempre ignorato. Nessuno ha mai voluto ricordare nel giorno della Festa della liberazione, come lo stesso giorno dell’8 settembre 1943 quando Badoglio fu costretto ad annunciare l’entrata in vigore dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati anglo-americani, firmato a Cassibile, ci fu l’eroica decisione di molti militari italiani di non arrendersi e di combattere i nazisti. E tutto ciò mentre il Re, dopo un drammatico consiglio della Corona, abbandonò Roma insieme a tutta la famiglia reale ed allo Stato Maggiore delle Forze Armate, lasciando i comandi militari privi di ordini. I fuggiaschi attraversarono la Tiburtina fino alla costa adriatica, si imbarcarono nella sera del 9 settembre del 1943 ad Ortona sulla corvetta “Baionetta”, facendo rotta verso Brindisi, dove giunsero nel pomeriggio del 10. La stessa sera, il generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che avrebbe dovuto fermarsi a Roma per provvedere alla difesa della capitale, emanò da Brindisi, a quel che rimaneva dell’esercito italiano, il tardivo ordine di opporsi ai tedeschi. Questi avvenimenti, ormai noti ed accertati, a quell’epoca non erano ovviamente conosciuti dai comandi militari periferici: ognuno agì quindi secondo la propria etica di uomo e di soldato. Questi fatti ci consentono, nell’imminenza del 25 Aprile, di ricordare un valoroso soldato della nostra provincia, Giacomo Lisacchi, che scelse, assieme a tanti altri militari, la via difficile dell’onore e del sacrificio per difendere l’Italia da un nemico spietato. A Giacomo Lisacchi di Villapriolo, bersagliere dell’VIII° Reggimento ciclisti, venne conferita una medaglia d’argento al valor milatare con la seguente motivazione: ‘In servizio O.P. fuori caserma a Rovereto, nella notte dell’8 al 9 settetembre 1943, in seguito all’intimazione di resa e di cessioni delle armi da parte di un forte nucleo di soldati tedeschi armati di parabellum, reagiva prontamente con le armi, trovando eroica morte nella inadeguata lotta. Magnifico esempio di abnegazione, senso del dovere e sprezzo del pericolo.-Rovereto S.Ilario 8-9 Settembre 1943’. Eppure, il sacrificio di questo giovane eroe villapriolese, a tutt’oggi non ha trovato memoria nel comune di Villarosa. Le sue spoglie, rientrate per volere della famiglia nel 1962 da Rovereto, oggi riposano nel piccolo cimitero di Villapriolo dove visse con i genitori, una sorella (Teresa) e due fratelli anch’essi provati gravemente dalla guerra: Pietro perse entrambi gli occhi e Francesco fu gravemente ferito in una gamba”.

Un frammento di racconto di quello che avvenne a Rovereto nella notte dell’8/9 settembre 1943, quando eroicamente perse la vita il giovane villapriolese Giacomo Lisacchi, medaglia d’argento al valor militare.

NOTTE D’INFERNO. Tratto da “La Bolgia dei vivi” di: Nino Agenore Bertagna
Uno fra i momenti che mi hanno fatto fremere di paura fu la notte che doveva essere quella della fine delle ostilità in Italia. Notte di terrore, in quanto non avevo ancora conosciuto la tragedia della lotta e del sangue. Ero, in quella notte, in servizio di Ronda al Comando di Presidio di Rovereto con pochi altri compagni e il mio secondo turno andava alla mezzanotte. Non sapevo cosa fosse, ma uno strano presentimento era in me e in noi tutti e con tale fissazione mi coricai dopo il primo turno. Ad un tratto, non seppi da quanto tempo mi ero assopito, una scarica di arma da fuoco mi fece sobbalzare nella branda. Nella palestra dove alloggiavamo, ci guardammo stupiti e ansiosi per lo strano colpo sparato, quando un compagno, di servizio, in quel turno, entrò barcollando ed appoggiandosi alle pareti, trattenendosi in uno sforzo di dolore dei gemiti. Tre pallottole gli erano state conficcate nelle gambe e nel piede sinistro. Lo stendemmo sopra un giaciglio strappandogli di dosso i pantaloni e le scarpe, quindi lo fasciammo alla meglio, mentre fra un gemito e l’altro ci invitava a dileguarci nella notte onde sottrarci alla caccia intrapresa ai nostri danni dal tedesco. Inconsapevoli di questo nuovo fatto, volemmo sapere più chiaramente quanto stava succedendo, e sapemmo allora che pattuglie tedesche erano sguinzagliate ovunque per la cattura di noi soldati italiani. Un rauco vociare cavernoso ci fece fremere in quel momento. -Andate!- ci disse ancora una volta il ferito, -e occultatevi ove meglio potete!- E così, prese armi e munizioni in nostra dotazione, scendemmo nel giardino sito all’interno del fabbricato, ove folte siepi sembravano attenderci. Quindi scavalcammo alla chetichella un recinto metallico, ed entrati nel giardino di una Scuola limitrofa, tentammo di guadagnare la strada che porta alla stazione. Ma troppo tardi! Ovunque echeggiava sinistramente l’Halt! Mentre fischi e spari rompevano il silenzio della notte. Dalla palestra intanto i tedeschi avevano indovinato le nostre mosse e ci sparavano addosso come forsennati, Per fortuna la direzione di mira non era esatta, e così nessuno di noi subì conseguenza alcuna. Poi la pattuglia, non udendo rumore alcuno e forse perché temeva un’imboscata, cessò il fuoco, lasciandoci colà tra le fitte siepi. Con il cuore in tumulto, ci sparpagliammo sotto i sempreverdi, nell’attesa degli eventi che si giudicavano abbastanza seri e incerti. L’attesa fu straziante: palle fischiavano in tutte le direzioni, grida salivano al cielo. Come un turbine vertiginoso passavano nella mia visione sconvolta figure e presentimenti strani, tutto balenava in me convulsamente, privandomi della padronanza dei miei pensieri. Passò così diverso tempo che non seppi controllare, quando una secca detonazione squarciò l’aere nella fresca notte. Un nuovo sobbalzo, un nuovo fremito. Era quello il cannone dei Panzer delle SS? Ma perché? Cosa stava accadendo? Come risposta vidi tra la folta vegetazione che mi occultava, un razzo rosso sfrecciare nell’oscuro velo dell’orizzonte. Subito dopo un altro ancora, e poi altri saettarono in varie direzioni. Uno cadde intorno al Comando di Presidio ove noi eravamo. L’ordine di fuoco fu così dato e in breve tempo un carosello infernale di fuoco e detonazioni investì il centro di Rovereto. Mitraglie, carabine e cannoni sgranavano i loro rabbiosi rosari di morte, rendendo sempre più indiavolata quell’atmosfera. Mi tappai le orecchie e gli occhi cercando di isolarmi con i sensi dal luogo d’inferno, ma era inutile e comprensibile estraniarmi dalla realtà. Nemmeno la preghiera o il richiamo a visioni care potevano far tanto. Da tutto quell’infernale baccano potei trarre una sola conclusione: i soldati italiani di stanza nella città intendevano vendere cara la loro pelle! Il tempo passava con lentezza esasperante e sembrava pesare sul capo come un’enorme cappa di piombo. Le tenebre rendevano agognate le luci del giorno e la fine di quella sparatoria. L’aspetto più terreo sembrava impresso in tutto ciò che a malapena potevo scorgere d’attorno. Il mio cuore batteva con rapidità centuplicata, la mia testa sembrava di fuoco, il ragionamento mancava. D’un tratto un’alta fiammata salì al cielo rischiarandolo sinistramente. Poi una densa cortina di fumo fece seguito al chiarore del fuoco, finché tutto si smorzò gradatamente: gli spari, il fuoco, le fiamme dell’incendio. Mentre nel cielo il riflesso del braciere quasi spento, tingeva d’una rossastra luce morente la volta celeste, trovai un momento di assopimento pel mio essere contratto dalla tensione nervosa. La tempesta era cessata e le prime luci del giorno tingevano d’un chiarore vitreo e incerto le tenebre dell’infausta notte.
TUTTI PRIGIONIERI! Un improvviso vociare mi fece destare dall’assopimento che mi aveva colto. Erano i soldati delle SS (Battaglioni d’assalto) tedesche in rastrellamento che venivano a prelevarci, sapendoci colà dalla sera prima. Nascondemmo armi e munizioni sotto le siepi che ci occultavano e ubbidendo all’imperioso: “Heraus, hier!” (uscite fuori) intimatoci col mitra spianato, uscimmo e raccolti i nostri bagagli in palestra fummo condotti al campo sportivo della città, che nel frattempo funzionava da campo di concentramento per i soldati italiani. La giornata settembrina prometteva caldo come era di consueto in quel periodo e il sole di una forza primaverile saliva lento nell’arco del cielo. Una vaga sensazione di amarezza empiva il mio cuore: Prigioniero! Ma cosa era accaduto mai così repentinamente da capovolgere le sorti senza essercene nemmeno accorti? Questo il primo interrogativo a non trovare risposta in noi. Avevamo appena preso posto sul prato del campo, che tutto il 132° Artiglieria, composto di nuove reclute, molte ancora in abiti borghesi, faceva il suo ingresso. Li seguirono i pochi anziani del 2° Artiglieria Alpina, i Bersaglieri del mio Battaglione, seguiti dagli altri due Battaglioni del Reggimento, tutti di stanza a Rovereto. Così tutta la massa dei soldati italiani, da quel momento, cominciò a salire l’erta china del Calvario. La popolazione tutta dopo la brutta nottata s’era ridestata con l’amara sorpresa di vedere i suoi soldati prigionieri delle SS tedesche, e le Caserme vuotate e sfasciate o ridotti in bracieri ancora ardenti. E con ansia e la preoccupazione che la distingueva accorreva a noi, attorno al cinto metallico, sfidando la brutalità del tedesco, per conoscere le nostre sorti e quanto successe. Veramente encomiabile la premura della gente roveretana, per l’assistenza, per quanto fosse stato loro possibile, per i nostri bisogni morali e materiali. Pur non sottilizzando in particolari, dirò che il cuore di Rovereto rimarrà impresso in me, finché rimarranno vive nel mio pensiero quelle giornate. Era allora il 9 Settembre 1943, il giorno si può dire in cui cadde sul capo dell’Internato comune il tradimento più bruto degli uomini! Si: perché l’Internato fu tradito da tutti! Fu giocato sui suoi sentimenti, fu mandato al massacro in una guerra in cui non si era preparati, e voluta dalla follia di folli e per una follia a cui pochissimi osarono reagire. Contadino, operaio, artigiano, il soldato italiano obbedì sempre ciecamente, credendo in qualcosa di essenziale, di umano, di leale. Ma alla fine si trovò con la più spietata delle delusioni: nessuna vittoria, nessuna ricompensa, ma solo il martirio del corpo e dello spirito. Quale dramma più grande può essere ricordato se non quello dell’Internato italiano?……
LA RESA DELLA MAFFEI. In un ex magazzino a nord della città chiamato Maffei, risiedeva la Compagnia Autonoma Specialisti Radio dell’8° Reggimento Bersaglieri, alla quale io pure appartenevo. Ciò che successe quella notte alla Maffei, potei saperlo il giorno della resa dai compagni d’arma che hanno vissuto quelle ore. Il corpo di guardia era già rinforzato dalla sera innanzi.Pure in Caserma ognuno era pronto agli eventi che ancor si presentavano confusi. Poco dopo la mezzanotte la Sentinella avvertiva dei rumori all’esterno. Prontamente appostandosi poté avvertire dei passi che si dirigevano all’ingresso e la risolutezza nel voler entrare poi. Intimato l’alt parecchie volte e notando l’insistenza all’esterno imbracciò il moschetto. Una raffica di MaschinePistole, (il mitra tedesco) stese al suolo il malcapitato di servizio. In un attimo l’allarme fu dato, e ognuno si trovò al proprio posto, in attesa di un ordine. Il Capoposto volle nel frattempo rispondere con il fucile mitragliatore che avevamo in dotazione, ma al secondo colpo l’arma si inceppò, costringendo il difensore a internarsi. La pattuglia tedesca vista la risolutezza da parte dei Bersaglieri a non aprire fece entrare in azione i Panzer, i quali con i loro cannoni cominciarono a vomitare fiamme e proiettili scassinando l’ingresso. Di buono i compagni della Maffei avevano il favore della posizione, il che permise al loro coraggio di mettersi in evidenza. Infatti la Caserma era inaccessibile sul retro, in quanto tallonata dalla collina, che si ergeva ripida, mentre tutto intorno era circondata da abitazioni, unica via d’accesso alla Maffei era un sottopassaggio costruito nel palazzo di centro. Comunque alla rabbiosa sparatoria dei Panzer, ne seguì una violenta reazione dei Bersaglieri i quali non intendevano cedere tanto facilmente la posizione, e manco meno la loro pelle. Così la lotta si inaspriva sempre più: i carri armati sull’ingresso vomitavano fuoco all’interno e i compagni d’armi a rispondere dalla Caserma e dalla collina su cui si erano appostati dalla sera prima. Ne seguì un rovinio generale della Caserma in particolare modo e delle abitazioni circostanti. Ma malgrado ciò nessun uomo delle SS si azzardò a uscire dal proprio Panzer per chiedere la resa ai Bersaglieri. Era ciò un sottoporsi al facilissimo bersaglio dei difensori. Così decisero di cessare il fuoco e di fare buona guardia all’ingresso nell’attesa dell’indomani. Purtroppo la disperata difesa di quel gruppo di giovani, non valse a nulla: al mattino seguente un Maggiore dei Bersaglieri seguito da una pattuglia di SS, entrò con bandiera bianca per chiedere la resa per conto dei tedeschi, ai cento ragazzi che nella notte avevano fermato i Panzer e fatti acquietare. Così tutti inquadrati, zaino in spalla, disarmati, ci raggiunsero al campo sportivo ove noi già stavamo da qualche ora. A S. Ilario, più a nord, c’era il nostro V° Battaglione: da un Panzer scesero tre uomini per chiedere la resa alla nostra ronda che vigilava nei dintorni. Diversamente accadde uno scambio di raffiche da entrambe le parti, che lasciarono stesi a terra privi di vita, un tedesco subito, due dei nostri poi…..