martedì , Agosto 3 2021

Mafia dei pascoli, risorse europee ed equilibrio di sottosviluppo sui Nebrodi

Si parla spesso della mafia dei pascoli sui Nebrodi e dell’azione di contrasto promossa da istituzioni locali, forze dell’ordine e magistratura. Da un po’ di tempo non è più un discussione monocorde e cominciano ad affiorare delle differenziazioni. C’è chi ritiene che lamenta un arretramento delle istituzioni dello Stato e ne chiede a gran voce il ritorno in prima fila e un rafforzamento della loro presenza sul territorio. Qualcun’altro pensa, invece, che forze dell’ordine e magistratura ci sono e fanno bene la loro parte. Altri ancora sostengono che la lotta per la legalità e contro la mafia dei pascolo non possa essere affidata solo alle forze dell’ordine, ma che richiede una partecipazione delle comunità che ne sono vittime.

Non mancano quelli che dicono di stare attenti a non fare di ogni erba un fascio, a non criminalizzare un‘intera categoria sociale perché tra gli allevatori ci sono molte persone per bene. Potremmo continuare in questi distinguo, che molto probabilmente diventeranno più netti con l’avvicinarsi della scadenza delle elezioni europee del 26 maggio. C’è un aspetto della questione che non è per niente marginale, ma che viene ignorato. Ci piace pensare in perfetta buona fede. Che ruolo hanno avuto le risorse europee destinate alla zootecnia dei Nebrodi? Non è una domanda peregrina. La mafia dei pascoli di cui si parla oggi è la stessa di quella che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Allora i contributi venivano dati agli allevatori in funzione dei capi di bestiame posseduti dall’azienda, oggi in relazione al numero di ettari di cui l’azienda dispone in affitto o in proprietà. Sono passati trent’anni, è l’elargizione di contributi di questo tipo alle imprese non ha avviato alcun processo di sviluppo.

E’ un dato di fatto incontrovertibile conosciuto non solo qui da noi, ma anche a Bruxelles. Ma nessuno, né qui né a Bruxelles, vuole mettere mano a cambiarlo. Se tutte queste risorse, che non sono poche, fossero state utilizzate diversamente per la realizzazione di impianti cooperativi per la trasformazione e la commercializzazione di prodotti zootecnici, sui Nebrodi non avremmo una situazione da sottosviluppo. Avremmo avuto aziende zootecniche che sarebbero entrate in competizione con la zootecnia francese ed olandese. E’ questo non era consentito. Gli accordi a livello europeo in materia di agricoltura e zootecnia prevedevano, e prevedono altro.  Interventi assistenziali da sopravvivenza per le aziende zootecniche di questa tipica area interna, che è l’area dei Nebrodi, per lasciare campo libero sul mercato europeo alle aziende olandesi e francesi. Entrando in un supermercato in un qualsiasi comune dell’Ennese nel bancone frigorifero della carne fanno bella mostra tagli di carne con l’etichetta “bovino allevato in Francia”. E’ molto improbabile che ne troviate con l’etichetta “bovino allevato sui Nebrodi”.  Ci sono capitate diverse occasioni di parlare di tali questioni con il compianto Mario Centorrino, che a noi piace definire “un economista militante”, che sapeva coniugare in sommo grado passione politica e rigore scientifico.  Intervenendo al convegno sulle aree interne della Sicilia organizzato nel 1984 dalla Lega siciliana per le autonomie e i poteri locali illustrò la situazione dei Nebrodi come emergeva dall’insieme delle ricerche fino ad allora condotte. Era quella di un territorio in cui le dinamiche demografiche e i movimenti migratori avevano contribuito a creare, coniugandosi con meccanismi spontanei di adattamento e compensazione, sostanzialmente basati su flussi di spesa pubblica, che affluiscono sul territorio, una sorta di equilibrio di sottosviluppo, che trovava il suo contrappunto nell’assenza di tensioni sociali particolari.
Avemmo di parlarne con Centorrino 10 anni dopo, in occasione della presentazione a Troina del suo libro “L’economia cattiva nel Mezzogiorno”.

Francesco Re
Erano passati 10 anni, ma la situazione era cambiata. Ne sono passati altri 25 di anni, è la situazione è rimasta la stessa con delle aggravanti, a sentire quello che ha detto il sindaco di Santo Stefano di Camastra, Francesco Re (nella foto), nel consiglio comunale aperto di Troina sulla mafia dei pascoli un paio di giorni fa: 5 mila giovani sono andati via dai paesi nebrodensi negli ultimi anni.

 

Silvano Privitera    

news di riferimento:

Nebrodi. Unanime solidarietà a Venezia, ma sulla presenza dello Stato nell’azione di contrasto della mafia dei pascoli ci sono dei sottili distinguo