lunedì , Dicembre 6 2021

La Cta “La Rinascita” di Villarosa, tra 60 strutture psichiatriche e riabilitative, vince il premio “2020: anno bisesto, anno funesto”

Villarosa. Raramente capita di incontrare storie intense e potenti come quella narrata in un cortometraggio, che ha tra l’altro vinto il primo premio del concorso nazionale “Menti in corto”, ideato dalla Comunità Terapeutica Assistita di Calatafimi, chiamato “Il treno dei desideri”. Il concorso, il cui tema da sviluppare era “2020: anno bisesto, anno funesto”, legato al difficile periodo dell’emergenza Covid-19 che il mondo sta affrontando ormai da oltre un anno, ha coinvolto oltre 60 strutture psichiatriche e riabilitative di tutta Italia. A vincere il prestigioso premio, consistente in una targa e in un grande televisore, è stata la Cta “La Rinascita” di Villarosa, diretto dalla neuropsichiatra Maria Assunta Spinelli. La premiazione si è svolta la settimana scorsa nella prestigiosa Villa Airoldi di Palermo.

Il cortometraggio “Il treno dei desideri” ha visto come protagonisti gli ospiti della Cta villarosana, presenti alla grande kermesse, dove ognuno, grazie alla maestria della giovane regista Giulia Di Maggio, è diventato protagonista e la disabilità momento non di handicap ma valorizzazione di ogni singola persona. In altre parole, sono state esaltate le diversità di ciascuno, grazie alla libertà espressiva data da una regia che ha dipinto, con tratto preciso, ogni scena. “L’idea -ha detto Maria Assunta Spinelli – è nata da una sorta di parallelismo tra quanto successo con il lockdown, in cui gli elementi chiave sono stati la mancanza di spostamenti, di futuro, ma anche sentimenti, di isolamento, di angoscia e di solitudine. Tutti elementi che i nostri pazienti vivono all’interno della nostra comunità e che il lockdown, per le loro patologie, l’hanno già vissuto ancor prima della pandemia. Tutto questo abbiamo cercato di rappresentarlo proprio con l’immagine di un film, di un corto, utilizzando il Treno Museo di Villarosa, veicolo fermo in un binario morto, creato da Primo David, come metafora di inamovibilità di una realtà di vite in cui il desiderio, il futuro, rimane un può bloccato vuoi per il covid, vuoi per la patologia. La stazione ferroviaria di Villarosa è stato uno splendido set cinematografico.

Il treno e i vagoni della deportazione in effetti hanno creato una atmosfera surreale, particolare e magica. I nostri pazienti sono stati contentissimi e sono stati giorni bellissimi. Ognuno ha interpretato il proprio ruolo, il proprio desiderio cristallizzato, bloccato in una situazione molto particolare dove alla fine, grazie a una relazione affettiva, all’interazione relazionale, questo treno che sembra bloccato improvvisamente riparte. Si obliterano i biglietti, si sale negli scomparti per andare alla ricerca di una vita normale, laddove questo aggettivo “normale” lo si usi ogni volta che in un contesto si ravvisano elementi di diversità. Si sblocca anche un vecchio grammofono e viene così fuori un momento molto commovente: la liberazione delle emozioni, della vita che poi, grazie al lavoro di tutti giorni, è quello che noi cerchiamo di fare per aiutare i nostri assistiti”.
Giacomo Lisacchi