“Non solo cannoli e vacanze”: una xibetana racconta il silenzio del Nord sul ciclone Harry
Calascibetta - 24/01/2026
È rabbia, è amarezza. È uno stato d’animo che nasce dalla distanza, non solo geografica, ma soprattutto emotiva. Una donna di 32 anni, Alice Mancuso, originaria di Calascibetta e residente da anni a Milano, affida il suo sfogo a parole che oggi diventano racconto pubblico. Non una lettera, ma una testimonianza che fotografa una frattura profonda: quella tra la Sicilia devastata dal ciclone Harry e l’indifferenza percepita nella capitale economica del Paese.
Le immagini del disastro
Lei vive a Milano, città che corre, produce, guarda avanti. Ma con negli occhi ha immagini che non la lasciano dormire: la Sicilia flagellata, danni che superano i 700 milioni di euro secondo una prima stima. Una catastrofe che, nel suo sentire, non ha trovato ascolto.
Lo sfogo
Nel suo racconto emerge con forza una contraddizione che pesa come un macigno. “Siamo siciliani quando ci chiedete: Vado in vacanza a Catania mi dice il posto più bello? Siamo siciliani quando ci chiedete: mi dici un bel ristorante ad Ortigia? Siamo siciliani quando venite dite: che meravigliosa granita
Siamo siciliani anche quando ci chiedete ma è arancino arancina?”
È una Sicilia accolta, cercata, consumata. Ma solo in certi momenti.
Poi il tono cambia, si fa più duro. La donna sottolinea come, nei giorni della devastazione, quella stessa appartenenza sembri scomparsa. “Però voglio dirvi che eravamo siciliani anche questa settimana e nessuno dico nessuno ci ha chiesto: c’è ancora l’albero che ogni giorno guardavi andando a scuola? Oppure: quella bellissima spiaggia dove siamo stati è ancora lì? Ed ancora: i tuoi, a casa tutto bene? Nessuno.”
L’indifferenza
Nelle sue parole non c’è solo dolore, ma la sensazione di invisibilità. Forse, riflette amaramente, molti non se ne sono nemmeno accorti.
“Forse non ve ne siete nemmeno accorti magari lo farete quando vi chiamerà il vostro abituale hotel dicendovi che il danno è stato enorme ed irreparabile anche perché i fondi statali faticano ad arrivare.”
Il racconto si chiude con una presa di distanza netta, quasi un rifiuto simbolico.
“La prossima volta che mi chiederete: porti i cannoli con la ricotta? Col cavolo.” Non è una questione di dolci, ma di legami. “L’amicizia, il senso di appartenenza, l’intelligenza, il sentirsi comunità questo lo abbiamo nel sangue, non si può portare.”
La ferita collettiva
È così che questa storia diventa più di uno sfogo personale: è il ritratto di una ferita collettiva, di una Sicilia che continua a esistere anche quando non è una cartolina, e di una distanza che, oggi più che mai, fa male quanto il vento di un ciclone.