Terzo mandato, i sindaci siciliani sfidano la Regione: “Ci candideremo comunque”
Enna-Provincia - 27/02/2026
La miccia è accesa e il conto alla rovescia verso le amministrative rischia di trasformarsi in un braccio di ferro istituzionale senza precedenti. I sindaci siciliani dei Comuni tra i 5 mila e i 15 mila abitanti, arrivati al secondo mandato, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro. Anzi, rilanciano: presenteranno le liste e si candideranno per il terzo mandato, anche senza un intervento correttivo dell’Assemblea regionale siciliana.
La sentenza della Corte costituzionale
È una sfida aperta all’ARS, che nelle scorse settimane aveva bocciato la norma di recepimento del terzo mandato. Ma nel frattempo è intervenuta la Corte costituzionale, che con la sentenza del 19 febbraio 2026 ha dichiarato incostituzionale la disciplina che impediva la candidatura, riaffermando un principio netto: le limitazioni all’elettorato passivo devono essere tassative, ragionevoli e proporzionate. Tradotto: il diritto a candidarsi non può essere compresso da inerzie o disallineamenti normativi.
La linea dei sindaci: “È un diritto, non un’interpretazione”
Nel documento congiunto firmato anche dai primi cittadini di Valguarnera e Agira (Francesca Draià e Maria Greco) ma non di Nicosia (Luigi Bonelli) il tono è tutt’altro che interlocutorio. I sindaci parlano di “diritto riconosciuto dall’ordinamento”, sottolineano l’efficacia erga omnes della pronuncia della Corte e avvertono che eventuali esclusioni sarebbero illegittime.
Il messaggio alla Regione
Il messaggio alla Regione è chiaro: se l’ARS non interverrà in tempi rapidi per adeguare formalmente l’ordinamento siciliano alla normativa nazionale, i sindaci andranno avanti lo stesso. Depositeranno le liste, presenteranno le candidature e, in caso di diniego, impugneranno tutto davanti al TAR. Non solo: nel mirino finirebbe anche l’eventuale decreto di indizione dei comizi elettorali se emanato prima dell’adeguamento normativo. È un ultimatum politico e giuridico insieme. E segna un salto di qualità nello scontro.
Il rischio corto circuito istituzionale
Lo scenario che si profila è quello di un possibile corto circuito tra istituzioni. Da un lato l’Assemblea regionale siciliana, che non ha ancora recepito la disciplina statale; dall’altro sindaci pronti a far valere in sede giudiziaria una sentenza della Corte costituzionale che – sostengono – ha già rimosso l’ostacolo normativo.
Se le liste dovessero essere escluse, scatterebbero ricorsi cautelari con richiesta di ammissione immediata al voto. Se invece venissero ammesse sub judice, il contenzioso si sposterebbe a dopo le elezioni, con il rischio di annullamenti e commissariamenti. In entrambi i casi, l’ombra è quella della paralisi amministrativa in Comuni già fragili.
I sindaci evocano anche un possibile danno erariale: esclusioni illegittime potrebbero tradursi in risarcimenti e spese legali a carico della Regione. Un rischio economico che – sostengono – sarebbe facilmente evitabile con un semplice recepimento legislativo.
L’appello dell’Anci e il silenzio della politica
Nei giorni scorsi anche l’Anci Sicilia ha sollecitato la Regione ad adeguarsi alla normativa nazionale alla luce della pronuncia della Corte costituzionale. Un richiamo istituzionale che però, finora, non ha prodotto effetti concreti. E così, a pochi mesi dal voto, il tema del terzo mandato diventa terreno di scontro politico. Per alcuni è una battaglia di principio sul diritto di candidatura; per altri è il tentativo di consolidare posizioni di potere nei territori. In mezzo, una Regione che rischia di arrivare impreparata all’appuntamento elettorale.
Verso lo scontro finale
Il clima è incandescente. I sindaci parlano di “certezza della candidatura” e la Regione, dal canto suo, non ha ancora sciolto il nodo normativo, per cui la partita potrebbe giocarsi nelle aule dei tribunali amministrativi. E il voto, anziché rappresentare un momento di chiarezza democratica, potrebbe trasformarsi nell’innesco di una lunga stagione di ricorsi. Il terzo mandato, in Sicilia, non è più solo una questione tecnica. È diventato un caso politico. E ora rischia di diventare un caso giudiziario.