Ancipa piena, futuro incerto: l’acqua che c’è oggi e potrebbe mancare domani

C’è un dato che sorprende, e che il Movimento per la difesa dei territori (MDT) ripete da giorni: nella diga Ancipa oggi c’è acqua “almeno per un paio d’anni”. Ma la vera domanda non è quanta ce ne sia adesso. È come verrà usata — o sprecata — nei prossimi mesi.

La drammatica crisi idrica del 2024

La memoria corre all’autunno 2024, quando la provincia di Enna visse una delle crisi idriche più drammatiche della sua storia recente: razionamenti severi, rubinetti a secco a giorni alterni, famiglie e imprese in ginocchio. Una ferita ancora aperta, resa più amara dal fatto che gli ennesi pagano tariffe tra le più alte d’Italia, in un sistema di gestione interamente privatizzato.
Oggi l’Ancipa è più piena. Ma il problema resta strutturale.

Perché è stata fatta uscire acqua dall’Ancipa?

Nei giorni scorsi il livello dell’invaso è stato abbassato in modo controllato. Dal grafico idrometrico — spiegano dal MDT — si osserva una riduzione di oltre 1 milione di metri cubi (MMC) in soli cinque giorni.
Non si è trattato di uno spreco casuale, ma di una manovra tecnica: il gestore ha deciso di abbassare preventivamente il livello per evitare il rischio di tracimazione in caso di piogge intense. Una procedura prevista dalle regole di sicurezza delle dighe.
Il punto, però, è un altro. In quegli stessi giorni — tra precipitazioni e afflusso dalle sorgenti — sarebbe entrato nell’invaso almeno un altro milione di metri cubi. Risultato: al netto, oltre 2 MMC d’acqua non sono stati trattenuti.
In un territorio che ha conosciuto il razionamento drastico, ogni milione di metri cubi ha un peso specifico enorme.

La proposta: un nuovo invaso per non “buttare” l’acqua

È qui che si inserisce la proposta del deputato regionale del Pd, Fabio Venezia: intercettare l’acqua in eccesso con un nuovo bacino.
L’idea è semplice nella formulazione, complessa nella realizzazione: se durante stagioni particolarmente piovose l’Ancipa deve essere alleggerita per sicurezza, quell’acqua potrebbe essere convogliata in un secondo invaso, evitando dispersioni.
Ma le incognite sono molte:

Impatto sull’ecosistema del sistema Simeto (flora, fauna e territori a valle); costi e tempi di realizzazione; frequenza reale delle stagioni “eccezionalmente” piovose; convenienza rispetto ad alternative meno invasive, come l’utilizzo di dighe già esistenti o un invaso “gemello” sul fiume Martello.

Se l’acqua recuperabile fosse solo 2-3 MMC ogni due anni, l’investimento potrebbe non essere sostenibile. Servono studi idrologici seri e scenari climatici aggiornati.

Il vero scandalo: il 50% dell’acqua si perde

C’è però un dato che dovrebbe far sobbalzare tutti. Secondo quanto evidenziato dal MDT, circa il 50% dell’acqua distribuita si disperde lungo la rete.
Un valore coerente con le medie regionali: i rapporti ISTAT sulle reti idriche urbane mostrano come in Sicilia le perdite superino stabilmente il 45-50%. Insomma, mettere a posto la rete significherebbe far durare l’acqua il doppio.

Usi civili contro usi agricoli: un conflitto silenzioso

Un altro elemento spesso taciuto: parte dell’acqua dell’Ancipa viene destinata alle aziende agricole, sottraendola agli usi civili. In linea teorica non c’è nulla di anomalo. L’agricoltura è vitale per l’economia locale. Ma in situazioni di scarsità estrema, la promiscuità tra usi civili e irrigui diventa esplosiva.

Cosa dice la scienza?

Studi dell’FAO e del Joint Research Centre della Commissione Europea indicano alcune strategie chiave per separare e ottimizzare gli usi:

Reti duali per distinguere acqua potabile e acqua per usi agricoli/industriali.

Riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura (tecnologia già diffusa in Spagna e Israele)

Microirrigazione e irrigazione a goccia avanzata, che riducono i consumi fino al 30-40%

Invasi collinari diffusi per l’accumulo stagionale, meno impattanti delle grandi dighe

Desalinizzazione alimentata da rinnovabili, soluzione indicata in diversi studi del Mediterranean Water Institute come opzione crescente per le regioni aride.

Separare gli usi significa proteggere l’acqua potabile nei momenti critici, senza penalizzare in modo irreversibile il comparto agricolo.

La proiezione a 30 anni: cosa attende la Sicilia?

I rapporti dell’IPCC e dell’European Environment Agency convergono su un punto: il Mediterraneo è un “hotspot” climatico.
Per la Sicilia si prevede nei prossimi 30 anni:

Riduzione media delle precipitazioni annuali. Aumento della frequenza di eventi estremi (piogge intense alternate a lunghi periodi di siccità). Crescente pressione sulle risorse idriche.

Tradotto: meno piogge regolari, più bombe d’acqua. Esattamente lo scenario che rende necessario svasare in fretta e poi razionare pochi mesi dopo.
Senza una strategia integrata — riduzione delle perdite, diversificazione delle fonti, separazione degli usi, pianificazione climatica — la provincia di Enna rischia di vivere cicli sempre più frequenti di emergenza.

Il paradosso ennese

Gli ennesi hanno già pagato un prezzo altissimo: disagi, razionamenti, costi elevati. Oggi vedono una diga piena e si chiedono se basterà.
La questione non è solo tecnica. È politica, economica, ambientale. È una questione di fiducia.
Costruire un nuovo invaso può essere una parte della soluzione. Ma senza reti efficienti, senza programmazione e senza trasparenza sui dati, ogni diga rischia di trasformarsi in un’illusione di sicurezza.
L’acqua c’è. La vera sfida è non perderla — e non ripetere il 2024.