Leonforte. Giuseppe Chiavetta condannato per l’omicidio di Violeta, ma il cadavere non è stato mai trovato
Enna-Cronaca - 02/02/2014
Il Gup del tribunale di Enna, Giuseppe Tigano, ha depositato le motivazioni che lo hanno portato a condannare a 20 anni di reclusione, perché ha chiesto il rito abbreviato, Giuseppe Chiavetta, leonfortese di 45 anni, ritenuto responsabile dell’omicidio della giovane rumena Violeta Corion, 35 anni scomparsa alla fine del mese di ottobre del 2012 ed il cui cadavere non è stato mai trovato, ma tracce del suo sangue sono state trovate all’interno della una macchina che era di proprietà di Giuseppe Chiavetta. Il Pm Anna Granata, nonostante il rito abbreviato, aveva chiesto l’ergastolo per Chiavetta perché riteneva l’omicidio volontario e premeditato oltre all’occultamento del cadavere. Per il giudice, in questo omicidio, non c’è stata premeditazione, magari è venuta fuori per una lite scoppiata in macchina tra i due, dopo che la ragazza ebbe a comunicare che la sua storia con Giuseppe era finita, il suo avvenire era altrove, aveva un altro ragazzo a Catania che la voleva sposare, quindi aveva la possibilità di ricostruirsi la propria vita. Non bisogna dimenticare che Giuseppe Chiavetta si è sempre dichiarato innocente, di avere detto che ha incontrato Violeta, ma di lei non ha saputo più notizie. Gli avvocati difensori di Chiavetta, i penalisti leonfortesi Ones Benintende e Damiana La Delfa, probabilmente la prossima settimana, presenteranno ricorso in appello. Dalle motivazioni emerge un altro particolare interessante perché le tracce di sangue trovate nell’ascia che si trovava nel garage di Chiavetta non appartengono a Violeta e nella sentenza di questo non si parla, quindi cade quell’elemento che era sorto all’indomani dell’arresto di Chiavetta e che aveva fatto pensare che Chiavetta con l’ascia avesse squartato la ragazza e poi avrebbe sotterrato in qualche luogo i resti di Violeta. Nel corso della lettura della sentenza, avvenuta, il 22 ottobre scorso, era il papà di Violeta, il signor Nicodim Viorel, assistito dagli avvocati Rosaria Di Pietro e Anna Maria Amato, il quale ha giudicato “benevole” la sentenza per Chiavetta, “ci voleva la pena di morte“ ha concluso.