Il mondo col fiato sospeso per le tensioni nell’Indo Pacifico tra Cina e Usa

Il rischio maggiore di una terza guerra mondiale è nell’Indo-Pacifico. In altre aree del mondo si combattono da anni guerre, come in Europa la guerra tra la Russia e l’Ucraina, che restano conflitti regionali. Questo non esclude che in un futuro, più o meno immediato, possano trasformarsi in una terza guerra mondiale.

Il teatro dello scontro

La regione indopacifica è uno dei principali teatri di scontro economico e geopolitico perché rappresenta la metà del Pil mondiale in termini di parità di potere d’acquisto e la Cina è diventata ricca e potente. Agli Usa la Cina appare come il secondo paese più potente al mondo, dopo gli Usa. Nell’Indo-Pacifico si confrontano la Cina e gli Usa per il dominio sull’intera regione. L’unificazione di Taiwan alla Cina viene vista dagli Usa come una minaccia al predominio marittimo in questa regione e nel mondo. Si giunge a queste conclusioni esaminando tre documenti: la “Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America 2025”, “Le raccomandazioni del Comitato Centrale del Partito comunista cinese (Pcc ndr) alla formulazione del 15° Piano quinquennale 2026-2030” e “Domande e risposte sulle raccomandazioni”.

Nel documento degli Usa sono usati toni più concilianti con la Cina, rispetto al passato, ma l’obiettivo di non perdere il predominio sull’Indo-Pacifico non viene abbandonato. Anzi, come si legge nel documento Usa, “le relazioni commerciali Usa-Cina sono state e rimangono  fondamentalmente squilibrate…e, in futuro, riequilibreremo le relazioni economiche con la Cina”. A preoccupare gli Usa è il fatto che, quella che era iniziata dal 1979 come una relazione tra un’economia matura e ricca e uno dei paesi più poveri del mondo, si sia trasformata in una relazione tra due paesi quasi alla pari. Nel documento Usa si punta il dito contro le “quattro amministrazioni successive di entrami i partiti politici che hanno facilitato volutamente la strategia della Cina o si sono rifiutate di vedere la realtà”.

La potenza cinese

La Cina è diventata ricca e potente perché – secondo quanto si sostiene nel documento americano – si sono aperti i mercati Usa alla Cina, si sono incoraggiate le aziende americane ad investire ed esternalizzare la produzione in Cina. E tutta colpa della globalizzazione, secondo il documento Usa. Per invertire questa tendenza, quindi, occorre porre fine alla globalizzazione, e non abbandonare l’idea di un conflitto con la Cina, che deve essere pianificato prima che sia troppo tardi. E’ questo che pensano negli Usa, che considerano la Cina la sfida principale. Di tutto questo, nel documento cinese, c’è piena consapevolezza. Nel documento che contiene le raccomandazioni del comitato centrale del Pcc, c’è scritto che “i rischi connessi alla sicurezza strategica sono in aumento, la sfiducia reciproca tra le potenze nucleari si sta indebolendo e una nuova corsa al riarmo è possibile”.

Il quadro geopolitico

Il riferimento è agli Usa nel mettere in evidenza che alcuni paesi occidentali vivono con disagio la comparsa sulla scena mondiale di potenze del sud del mondo e il rapido avvento del multilateralismo e provano a mantenere un’egemonia unipolare. Ma “i grandi cambiamenti nell’equilibrio delle forze internazionali stanno facendo avanzare il multipolarismo, sebbene in modo non lineare”. La Cina ritiene inarrestabili il multipolarismo e la globalizzazione economica, anche se incontrano ostacoli, e intende restarci integrata, intensificando gli scambi e gli apprendimenti reciproci tra le civiltà, sostenendo il commercio multipolare e ampliando la circolazione internazionale. “Più gli altri si chiudono, più noi ci apriamo”, dicono i cinesi e fanno capire che si preparano al peggio al peggio quando dichiarano: “Dobbiamo resistere fermamente al contenimento, alla soppressione e alla coercizione esterni, senza mai cedere alla politica di potenza e alle intimidazioni”.