Ricostruiti due omicidi di mafia, arrestato pluripregiudicato mafioso residente a Valguarnera e domiciliato ad Aidone

Gli uomini della Squadra Mobile di Enna, unitamente a quello della Squadra Mobile di Caltanissetta, hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare emesse dai Giudici delle indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta, a conclusione di complesse indagini dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica – D.D.A. di Caltanissetta, nei confronti di soggetti, appartenenti all’associazione a delinquere di stampo mafioso di Gela. Due le misure cautelari, in carcere disposte dai magistrati Francesco Lauricella e Carlo Ottavio De Marchi. I provvedimenti hanno raggiunto il quarantatreenne gelese Nunzio Cascino, già detenuto, e il cinquantunenne Gabriele Giacomo Stanzù. I due sono accusati di aver preso parte ad altrettanti delitti di mafia: messi a segno tra il 1993 ed il 1998. A cadere sotto i colpi esplosi dai killer di Gela fu, diciotto anni fa, il pastore Nunzio Rolletto, affiliato alla Stidda.

In particolare, la Squadra Mobile di Enna ha proceduto all’arresto di Gabriele Giacomo Stanzù, nato a Capizzi classe 1960, pluripregiudicato mafioso, residente a Valguarnera Caropepe (EN), di fatto domiciliato in Aidone (EN)

Le indagini hanno permesso di ricostruire due gravi eventi delittuosi commessi da pericolosi esponenti del clan di cosa nostra di Gela “Emmanuello”.
Lo Stanzu’ in relazione al delitto di omicidio aggravato, realizzato in concorso con altri, di Franco Saffila, operaio trattorista, avvenuto in Aidone il 29 settembre 1998, all’indirizzo del quale venivano esplosi numerosi colpi di fucile che lo attingevano al capo provocandone il decesso.
In particolare lo Stanzù agiva prima quale istigatore, poi partecipava alla fase organizzativa dell’omicidio, fornendo ai correi incaricati di eseguire materialmente l’omicidio il necessario supporto logistico, reperendo le armi ed il relativo munizionamento e comunicando loro le notizie sulla persona del Saffila nonché sui suoi spostamenti nel corso della giornata in cui venne eseguito il delitto.
Il delitto è aggravato per avere l’arrestato diretto l’attività dei correi, e lo stesso si è avvalso delle condizioni previste dall’art. 416-bis C.P., vale a dire della appartenenza all’associazione per delinquere di stampo mafioso denominata Cosa nostra, agendo al fine di agevolare la suddetta associazione.
Lo Stanzù dovrà anche rispondere del delitto di tentato omicidio aggravato, realizzato in concorso, nei confronti del figlio dello Stanzù, in direzione del quale venivano sparati due colpi di fucile calibro 12, non realizzando l’evento voluto per cause indipendenti dalla sua volontà, segnatamente per l’errore di mira commesso nella fase esecutiva del delitto dagli autori materiali dell’attentato.
In particolare lo Stanzù agiva prima quale istigatore, poi partecipava alla fase preparatoria ed organizzativa dell’attentato, fornendo ai correi incaricati di eseguire materialmente l’omicidio il necessario supporto logistico, in particolare reperendo le armi ed il relativo munizionamento e comunicando loro le necessarie notizie sulla persona del Saffila e del figlio oltre che sui loro spostamenti nel corso della giornata in cui venne eseguito il delitto.
Ancora, lo Stanzù dovrà rispondere del delitto, realizzato in concorso con altri, di detenzione illecita, porto in luogo pubblico e ricettazione di due fucili cal. 12 oltre al relativo munizionamento (armi clandestine);

Omicidio di Franco Saffila
Franco Saffila, operaio ennese, veniva ucciso nel ’98 nelle campagne di Aidone da due “soldati” della famiglia di Gela che agivano su “mandato” del loro rappresentante Emmanuello Daniele.
Come riferito dal collaboratore Billizzi si trattò di “un favore” fatto dall’Emmanuello all’odierno proposto Gabriele Stanzù, soggetto “vicino” alla famiglia di Enna di Cosa nostra, il quale aveva a più riprese sollecitato l’eliminazione del Saffila, ritenuto responsabile dell’omicidio del proprio genitore avvenuto intorno alla fine degli anni ‘70 .
L’omicidio del Saffila, del tutto estraneo alle dinamiche interne alle vicende gelesi, venne ordinato dall’Emmanuello all’unico scopo di stipulare un’alleanza strategica con lo Stanzù, autorevole fiduciario di Cosa nostra della provincia di Enna, e naturalmente con gli uomini d’onore del medesimo sodalizio.
Garantendosi la perenne gratitudine dello Stanzù – soggetto che tra l’altro aveva la disponibilità di numerosi immobili anche nella zona di Messina e che si rivelerà uno stabile punto di riferimento nel corso della sua latitanza – l’Emmanuello otteneva infatti il risultato di stringere alleanze con gli uomini di Cosa nostra della provincia di Enna, passaggio strategico funzionale all’ambizioso disegno egemonico segretamente coltivato che, per la sua compiuta realizzazione, richiedeva l’assemblaggio di una “rete di amicizie” che si estendesse ben oltre l’ambito della provincia di Caltanissetta.
Inoltre, per come emerso dalla ricostruzione del delitto, la vittima veniva attinta al capo ed al braccio sinistro da n. 2 colpi di fucile da caccia cal. 12 che ne cagionavano l’immediato decesso.
L’omicidio veniva eseguito mentre la vittima era alla guida di una motopala, intenta ad eseguire a lavori di sbancamento nel fondo di proprietà proprio di Gabriele Giacomo Stanzù.
Al momento dell’omicidio era presente sul luogo teatro dei fatti il figlio naturale della vittima. Uno dei due killer, notata la sua presenza, esplodeva due colpi di fucile anche al suo indirizzo, fortunatamente mancando il bersaglio.
Circa il possibile movente del delitto un altro figlio del Saffila, riferiva di ripetuti e gravi contrasti tra il padre Franco Saffila e la famiglia di Gabriele Stanzù, confidatigli dallo stesso genitore. In particolare riferiva che alcuni anni addietro il Saffila aveva avuto una violenta lite con il padre dello Stanzù (costui avrebbe avuto l’abitudine di chiudere arbitrariamente la strada che dà accesso all’abitazione del Saffila). All’ennesima lamentela di Franco Saffila, il padre dello Stanzù, si era scagliato contro il Saffila brandendo un’ascia ma, dopo una colluttazione, quest’ultimo era riuscito a disarmarlo ed a farlo recedere dai suoi propositi.
Poco tempo dopo il padre di Gabriele Stanzù moriva attinto da colpi di arma da fuoco sparati da soggetti rimasti ignoti. Alcuni giorni dopo quest’omicidio, Gabriele Stanzù, ritenendo il Saffila l’autore del delitto, lo aveva affrontato e gli aveva giurato vendetta dicendogli che “gli avrebbe sparato”. Trascorso del tempo i rapporti tra il Franco Saffila e Gabriele Stanzù si erano normalizzati ed erano rimasti pacifici a lungo, fino a quando, circa due anni prima dell’omicidio del Saffila, quest’ultimo aveva avuto modo di lamentarsi con lo Stanzù per i danni cagionati dal bestiame al suo vigneto.
A seguito di tale rimostranza, Gabriele Stanzù aveva tolto il saluto a tutta i componenti della famiglia del Saffila e da quel momento fra i due non c’erano stati più rapporti di alcun tipo.
Circa due mesi prima dell’omicidio però il Saffila era stato visto colloquiare con Gabriele Stanzù, ed a quanto pare, era stato lo stesso Gabriele, senza alcun apparente motivo, a riprendere i rapporti.
Ancora una volta sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che a distanza di anni – dopo che le indagini a suo tempo attivate avevano portato all’arresto di un soggetto poi rivelatosi del tutto estraneo ai fatti – consentivano di ricostruire la dinamica del delitto decifrandone altresì l’esatto movente (peraltro delineatosi già al tempo delle investigazioni svolte nell’immediatezza del fatto delittuoso).
A fare piena luce sul delitto intervengono a distanza di quasi tredici anni dalla sua consumazione le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, i quali riferivano, di avere partecipato, personalmente, su incarico di Daniele Emmanuello, all’omicidio di un soggetto avvenuto nelle campagne dell’ennese poco prima dell’ottobre ’98. Si trattava, chiariva il Billizzi, di “un favore” fatto dall’Emmanuello a Gabriele Stanzù, soggetto “vicino” alla famiglia di Cosa nostra di Enna. Quest’ultimo aveva, tempo prima, espressamente chiesto a Daniele Emmanuello, all’epoca latitante, l’eliminazione di un tale, ritenuto responsabile dell’omicidio del proprio padre.
L’omicidio, dopo un lungo appostamento effettuato nella campagne intorno a Piazza Armerina, fu eseguito nel tardo pomeriggio da due soggetti utilizzando armi che lo stesso Stanzù aveva messo loro a disposizione. Era stato peraltro lo stesso Stanzù ad attirare in campagna la vittima designata alla quale aveva commissionato lavori di ripulitura di un suo terreno da effettuare con la ruspa. Lo Stanzù aveva espressamente richiesto che fosse ucciso anche il figlio della persona designata, istanza poi disattesa.
Lo Stanzù era stato già arrestato da personale della Squadra Mobile di Caltanissetta per il reato di associazione mafiosa, per avere fatto parte integrante del clan Emmanuello di Gela, nell’ambito dell’operazione “Compedium”, eseguita nel dicembre 2009.
Lo Stanzù è stato rintracciato presso il suo podere di contrada Bosco comune di Aidone. Dopo gli adempimenti di rito, veniva condotto presso la casa circondariale di Caltanissetta, a disposizione della locale A.G., ha nominato suo difensore l’avv. Impellizzeri del foro di Enna.