Il pieno costa caro e la beffa è che la benzina è siciliana

Fate mente locale. L’ultima volta che avete fatto il pieno a Enna — magari sulla Pergusa, o lungo la statale per Catania — avete guardato il display del distributore e avete pensato: ancora? Benzina che si avvicina ai due euro, gasolio che non è lontano. Colpa della guerra, dicono. Colpa dello Stretto di Hormuz bloccato, dei missili americani e israeliani sull’Iran, del petrolio che impazzisce sui mercati. Tutto vero. Ma c’è una cosa che quasi nessuno vi dice: quel carburante che avete appena pagato caro, probabilmente è stato prodotto qui, in Sicilia. A meno di duecento chilometri da dove siete.

Tra Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, nella provincia di Siracusa, esiste il più grande polo petrolchimico d’Italia — il secondo in Europa. Due raffinerie, ISAB e Sonatrach, trasformano ogni anno milioni di tonnellate di greggio in benzina, gasolio, GPL. Insieme coprono circa il 22% della capacità di raffinazione nazionale: quasi un quarto di tutto il carburante venduto in Italia esce da lì. Compreso quello che finite nel vostro serbatoio a Enna.

Eppure alla pompa non c’è nessun vantaggio. Zero sconti, zero riduzioni. Il prezzo che pagate voi è identico a quello che paga un automobilista di Milano, di Roma, di Bolzano. Come se il carburante arrivasse dall’altra parte del mondo invece che da duecento chilometri di distanza.

Perché il prezzo è uguale per tutti — e perché è quasi impossibile cambiarlo

Per capire il paradosso bisogna guardare dentro al prezzo alla pompa. Quello che vediamo sul display è composto da tre parti: il costo industriale del carburante (greggio, raffinazione, trasporto), i margini della filiera, e le tasse — accise più IVA. Ed è qui che sta il nodo.

COME SI FORMA IL PREZZO ALLA POMPA (feb. 2026, pre-guerra)

Benzina self service ~1,65 €/litro:
  • Costo industriale (greggio + raffinazione + margini): ~0,68 €  (41%)
  • Accise: ~0,673 €/litro
  • IVA al 22%: ~0,299 €/litro
  • Totale tasse: ~0,97 €/litro  →  il 59% di quello che pagate va allo Stato

In altre parole: anche se il greggio fosse gratis, paghereste ancora oltre 1 euro al litro.
Fonte: MIMIT, rilevazioni ufficiali febbraio 2026

Il prezzo del greggio — la materia prima — viene fissato ogni giorno sui mercati internazionali, con riferimento al Brent del Mare del Nord. Non conta dove il petrolio viene fisicamente trasformato: il mercato globale determina il valore del prodotto finito ovunque esso sia stato raffinato. Questo significa che anche se la raffineria di Priolo lavora petrolio libico o algerino — su rotte molto più brevi del Golfo Persico — il prezzo della benzina che ne esce viene calcolato sulle quotazioni internazionali, non sui costi reali.

E le accise? Sono 19 voci accumulate in un secolo di storia italiana — dalla guerra d’Etiopia del 1935 al terremoto dell’Aquila del 2009, dalla crisi di Suez alle missioni in Bosnia. Valgono circa 25 miliardi di euro l’anno per lo Stato. E non si riducono di un centesimo solo perché il carburante è stato prodotto in Sicilia.

La battaglia perduta: settant’anni di promesse mancate

Non è che nessuno ci abbia mai provato. La richiesta di uno sconto sul carburante per i siciliani è vecchia quanto le ciminiere di Priolo. Nel 2012 l’Assemblea Regionale Siciliana approvò una legge-voto per chiedere al Parlamento nazionale di riconoscere alla Regione le accise sui carburanti raffinati in Sicilia, e una retrocessione del 20% di quelle esportate nel resto d’Italia. Roma non rispose mai.

Nel 2017, in campagna elettorale, il futuro presidente Musumeci promise la defiscalizzazione dei carburanti per i siciliani. Una volta eletto, la promessa scomparve. L’ex assessore regionale all’Economia Gaetano Armao ha calcolato che la Sicilia raffina carburante che genera circa nove miliardi di euro annui di accise, nessuna delle quali resta nell’isola. «Alla Sicilia non resta un centesimo in ragione della sua funzione di raffineria del Paese» ha denunciato più volte.

Le ragioni ufficiali per cui lo sconto non si fa sono sempre le stesse: l’impatto sul bilancio statale, le regole del mercato unico europeo, il rischio di distorsioni della concorrenza. Ma c’è un motivo più profondo, che nessun politico dice esplicitamente: concedere uno sconto significherebbe ammettere che la Sicilia subisce un danno. E ammettere il danno significherebbe aprire il capitolo delle bonifiche — miliardi di euro di lavoro incompiuto nei Siti di Interesse Nazionale di Priolo, Gela e Milazzo, dove per decenni le industrie hanno inquinato suolo, aria e mare.

IL CONTO CHE LO STATO NON VUOLE PAGARE

Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa formano il SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Priolo:
5.814 ettari a terra e oltre 10.000 a mare ancora da bonificare.
Il Rapporto Sentieri dell’ISS documenta eccessi di mortalità per tumori polmonari
e mesoteliomi nelle popolazioni residenti nell’area industriale.
Don Palmiro Prisutto, parroco di Augusta, legge ogni 28 del mese
i nomi dei morti di cancro: oltre 1.200 dall’inizio della sua lista nel 2014.

Quanto risparmiereste, concretamente

Se le accise siciliane fossero ridotte del 20% — la quota minima che la Regione aveva chiesto di trattenere — un litro di benzina costerebbe circa 13-14 centesimi in meno. Su un pieno da 50 litri: 7 euro di risparmio. Su base annua, per una famiglia ennese con due auto che percorre una media di 15.000 chilometri l’anno ciascuna: 200-300 euro. Non è una rivoluzione. Ma in un’isola dove i redditi medi sono tra i più bassi d’Italia e dove senza l’auto non si va da nessuna parte — figuriamoci nell’entroterra — non sono spiccioli.

La guerra in Iran ha riaperto la ferita. Il prezzo del Brent ha superato gli 80 dollari al barile, con punte vicine ai 100 nelle settimane più tese. Il gasolio ha toccato i massimi dal 2025. A Roma si discute di tagliare le accise di 4-5 centesimi al litro — uguale per tutti gli italiani, dal Trentino alla Sicilia. Mance, per usare una parola che a Enna si capisce bene.

La domanda è sempre la stessa, e dopo settant’anni non ha ancora risposta: se la Sicilia produce la benzina degli italiani, perché la paga come loro?