Spopolamento, Valguarnera “capitale” della fuga dei giovani dall’Ennese

Lo spopolamento delle aree interne della Sicilia non è più una previsione statistica, ma un’emergenza strutturale che richiede una risposta politica immediata. In vista dell’appuntamento elettorale del prossimo 24 e 25 maggio, il tema del rilancio demografico e socio-economico deve diventare la priorità assoluta per i nuovi sindaci e le amministrazioni entranti. Tuttavia, la sfida è troppo vasta per essere affrontata in solitaria: serve una cabina di regia della Regione Siciliana capace di coordinare interventi che finora sono apparsi troppo spesso frammentari.

Il caso emblematico di Valguarnera

Il caso Valguarnera è tra i più emblematici: esso infatti rappresenta il simbolo di questa “emorragia” territoriale. Negli anni ’60, ’70 e anche ’80, il Comune superava i 10.000 abitanti, sostenuto prima dalle miniere e successivamente dal vigore del suo polo tessile. Con la crisi del settore e la scomparsa di quella realtà industriale, il paese ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato oggi a contare appena 7.000 residenti.

Un declino demografico allarmante

I numeri, purtroppo, descrivono una realtà drammatica: il saldo naturale è negativo. Le nascite sono ridotte al lumicino (circa 40 l’anno), mentre i decessi sono più del doppio. La popolazione è composta in gran parte da anziani e pensionati, mentre i pochi giovani rimasti non vedono futuro. Chi non studia nelle università locali emigra verso il Nord Italia, l’Europa o mete lontane come l’Australia.

Una crisi diffusa in tutta la Sicilia interna

Il declino, tuttavia, non riguarda solo Valguarnera, ma l’intera Sicilia centrale. In provincia di Enna la situazione è quasi ovunque identica. I dati Istat relativi al 2025 sono impietosi: la Sicilia ha perso 13.000 residenti in soli cinque mesi. La provincia di Enna è quella che ne ha persi di più, con un trend demografico del –4,6%. Caltanissetta è in forte contrazione, mentre il declino più elevato si registra nelle aree delle Madonie e dei Nebrodi, tutte zone accomunate da una carenza cronica di infrastrutture e servizi.

Il rischio desertificazione e gli interventi in campo

A peggiorare il quadro si aggiunge lo spettro della desertificazione: le stime indicano che entro il 2030 gran parte del territorio siciliano sarà a rischio, rendendo l’agricoltura tradizionale insostenibile e accelerando l’abbandono delle terre. Per contrastare questo fenomeno, l’Assessorato regionale della Famiglia ha varato un avviso da 37,2 milioni di euro (Fondo Sociale Europeo+ 2021-2027). Questi fondi sono destinati a 155 comuni delle 11 “Aree Interne” siciliane con l’obiettivo di sostenere la natalità e le famiglie, migliorare i servizi essenziali (sanità, scuola, trasporti) e attuare incentivi fiscali per attrarre nuovi residenti e imprese.

Una possibile strategia di rilancio

Una luce di speranza arriva dal mondo accademico e produttivo. Presso l’Università Kore di Enna è nata una coalizione strategica che vede uniti l’Ateneo, il Cesi, la CISL Sicilia, Sicindustria e l’Anci Sicilia. L’obiettivo è trasformare le aree interne da periferie assistite a protagoniste di una nuova strategia di sviluppo regionale. Questa alleanza punta a un modello basato su agricoltura sostenibile, innovazione tecnologica per contrastare la desertificazione, infrastrutture moderne e superamento dell’isolamento geografico che rende queste zone “invisibili”, oltre a una maggiore integrazione politica. Passare, in sostanza, da interventi episodici a un piano organico che integri politiche sociali, economiche e culturali.

Il compito che attende le nuove amministrazioni che nasceranno il 24 e 25 maggio, così come quelle già esistenti, è improbo, quasi titanico. Ma rinunciare significherebbe condannare il cuore della Sicilia alla scomparsa definitiva. Il 24 e 25 maggio non si vota solo per un sindaco, ma per decidere se queste comunità debbano continuare a essere “paesi che vanno a morire” o se possano diventare laboratori di una nuova, resiliente rinascita mediterranea.